Geopolitica e clima: Usa contro le regole globali

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Potere economico
Potere economico

La decisione dell’amministrazione Trump di ritirare gli Stati Uniti dagli accordi internazionali sul clima non ha rappresentato una scelta isolata, ma un tassello di una strategia politica più ampia. Tale mossa ha completato il significato di altre azioni geopolitiche, come l’attacco al Venezuela, delineando un deliberato smantellamento del diritto internazionale come sistema di vincoli.

Questo approccio è stato funzionale alla difesa di un modello economico fondato sull’accaparramento delle risorse, sulla deregolamentazione e sulla concentrazione del potere. La normalizzazione della violenza, il ripudio delle regole condivise e la delegittimazione della scienza hanno abbassato la soglia di ciò che è considerato politicamente accettabile, spingendo verso un disordine generalizzato.

Il vero bersaglio non è stato il clima in sé, ma l’idea che esistano limiti al potere economico, specialmente se imposti da norme sovranazionali. L’interesse per la Groenlandia, ad esempio, non riguardava la sua posizione strategica, ma il suo immenso giacimento di terre rare, metalli e petrolio, cruciali per un’economia estrattiva che il mondo sta tentando di superare.

La crisi di questo modello ha generato una reazione sistemica. In un pianeta con risorse limitate, la cancellazione delle regole condivise trasforma la forza nel principale meccanismo di regolazione dei rapporti tra Stati. La violenza diventa così lo strumento per mantenere in vita un sistema che non riesce più a garantire stabilità.

In questo contesto, la questione climatica e quella geopolitica si sono saldate in modo inestricabile. La crisi ecologica non è solo ambientale, ma anche sociale e politica. Continuare a ignorare i limiti del pianeta alimenta instabilità, competizione per le risorse e nuove forme di colonialismo energetico, minando le basi materiali della pace.

La pace, come sottolineato da una parte crescente della comunità scientifica, non è semplice assenza di guerra. Essa dipende direttamente dalla sostenibilità dei sistemi economici e sociali, che a sua volta richiede il rispetto di un fondamento minimo di diritti, salute, equità e istruzione.

Il disimpegno statunitense dalle Nazioni Unite e dalle loro agenzie va letto in questa prospettiva. Il multilateralismo rappresenta un sistema di regole che integra ambiente, diritti e sviluppo, ed è incompatibile con un’economia fossile globale che prospera su asimmetrie di potere e sull’esternalizzazione dei costi ambientali.

Se il diritto internazionale diventa un ostacolo, la strategia consiste nell’aggirarlo o violarlo apertamente. La cancellazione delle regole non è una deriva, ma una scelta precisa per difendere lo status quo. Questo modello non è solo distruttivo per l’ambiente, ma anche profondamente destabilizzante, aumentando il rischio di conflitti futuri per acqua, terra fertile ed energia.

In definitiva, ciò che è stato attaccato è una visione del mondo fondata su limiti ecologici invalicabili e sulla giustizia sociale come pilastro della stabilità globale. Smantellare questo impianto significa accettare un pianeta più caldo, più diseguale e più violento: il prezzo che il capitalismo fossile sembra disposto a pagare per non cambiare.

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