Gli affari dei clan a Trentola Ducenta: chiesti 22 anni. Pagano rischia 12 anni per associazione mafiosa

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Francesco Zagaria e Nicola Schiavone
Francesco Zagaria e Nicola Schiavone
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TRENTOLA DUCENTA – Dodici anni di carcere chiesti per Domenico Pagano, imprenditore edile di Trentola Ducenta, e dieci per Domenico Farina, di San Prisco. Sono le pene invocate dalla Procura di Napoli nel processo ordinario sulle presunte infiltrazioni del clan dei Casalesi negli affari edilizi e negli appalti pubblici tra l’Agro aversano e Capua. Per il terzo imputato, Alfredo Maria Cenviti, anch’egli di San Prisco, il pubblico ministero ha sollecitato la prescrizione, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa. Adesso la parola passa alle difese.

Il procedimento ha seguito percorsi diversi. Per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, tra assoluzioni e prescrizioni, l’iter si è concluso senza condanne, al netto delle posizioni del collaboratore di giustizia Francesco Zagaria e dell’ex dipendente bancario Andrea D’Alessandro, che aveva patteggiato con l’esclusione dell’aggravante mafiosa. Per chi ha affrontato il dibattimento ordinario sono invece arrivate le richieste di pena. A Pagano viene contestata la partecipazione all’associazione mafiosa. Secondo l’accusa, dalla fine degli anni Novanta avrebbe stretto rapporti con Michele Zagaria e con Giacomo Capoluongo, ottenendo il sostegno del clan per acquisire lavori privati a Trentola Ducenta e garantendo in cambio finanziamenti. Dopo la rottura tra Zagaria e Capoluongo, l’imprenditore sarebbe passato nell’orbita del gruppo Schiavone, continuando a destinare parte dei guadagni al sodalizio.

Tra gli episodi citati figura un investimento nel cosiddetto ‘Palazzo delle cento persone’ a Capua, da destinare a residenza assistenziale. Secondo gli inquirenti, Nicola Schiavone avrebbe messo a disposizione 500mila euro come quota del clan nell’operazione immobiliare, dalla quale il gruppo criminale avrebbe dovuto ricavare una parte dei profitti. A Farina è contestato invece il concorso esterno in associazione mafiosa. Non viene indicato come affiliato, ma come una figura che avrebbe fornito un contributo stabile agli interessi del gruppo Zagaria. Per l’accusa avrebbe fatto da prestanome per società riconducibili a Francesco Zagaria, gestito trasferimenti di denaro e curato i rapporti con funzionari pubblici, anche per favorire l’accesso delle imprese agli appalti. Gli viene inoltre attribuita l’intestazione fittizia di alcuni beni, allo scopo di sottrarli alle misure patrimoniali antimafia.

Uno degli episodi al centro del processo è la gara del Comune di Capua per la sistemazione di via Boscarie llo e via Scarano, aggiudicata nel 2015 alla Infrastrutture Territoriali, amministrata da Cenviti. La Procura ipotizza una turbativa d’asta realizzata attraverso accordi e pressioni sulla procedura. Per Cenviti ha però chiesto di dichiarare estinto il reato per prescrizione, escludendo l’aggravante mafiosa. Ora si attendono le arringhe degli avvocati Giovanni Cantelli, Giuseppe Stellato, Domenico Antenucci e Vittorio Giaquinto. Le ricostruzioni della Procura restano ipotesi accusatorie sulle quali dovrà pronunciarsi il tribunale. Per gli imputati vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.

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