Greenpeace International e la sua divisione statunitense hanno presentato un ricorso per un nuovo processo presso il Tribunale distrettuale del North Dakota. L’azione legale è una risposta alla sentenza del 27 febbraio, con la quale le organizzazioni ambientaliste sono state condannate a versare 345 milioni di dollari alla compagnia petrolifera Energy Transfer.
Secondo Greenpeace, la causa originale è un palese tentativo di intimidazione (noto come SLAPP, Strategic Lawsuit Against Public Participation). L’obiettivo sarebbe stato quello di scoraggiare le proteste, soffocare la libertà di espressione, delegittimare la leadership indigena del movimento di Standing Rock e punire la solidarietà verso la resistenza pacifica al gasdotto Dakota Access Pipeline.
“La nostra richiesta di un nuovo processo dovrebbe essere accolta per evitare uno dei più grandi errori giudiziari nella storia del Nord Dakota”, ha dichiarato Kristin Casper, responsabile dell’ufficio legale di Greenpeace International. “Chiediamo alla corte di porre rimedio ai torti commessi e garantire la tutela dei diritti costituzionali”.
Casper ha insistito sul fatto che a Greenpeace sia stato negato un processo equo, rivelando che il solo riassunto degli errori e delle ingiustizie che hanno viziato il dibattimento supera le 100 pagine. “Non ci fermeremo finché le grandi compagnie petrolifere non potranno più abusare del sistema legale nel Nord Dakota o altrove”, ha concluso.
Nell’istanza, Greenpeace ha documentato numerose e gravi irregolarità procedurali. Tra queste, l’impossibilità di avere un processo imparziale nella contea di Morton e la presenza di chiari pregiudizi in sette dei nove giurati, a causa di legami con l’industria dei combustibili fossili o di opinioni negative preesistenti nei confronti degli imputati.
Un altro punto critico del ricorso riguarda l’assegnazione del 100% dei danni richiesti da Energy Transfer alla sola Greenpeace. Questa decisione ignora la partecipazione di migliaia di persone e centinaia di altre organizzazioni alle manifestazioni, contravvenendo alla legge locale che prevede una ripartizione dei danni tra tutti i soggetti coinvolti.
Infine, il verdetto è stato definito “contrario al peso delle prove” per ciascun capo d’accusa. La giuria avrebbe basato la propria decisione su informazioni errate, incomplete e pregiudizievoli, mentre prove pertinenti, ammissibili e favorevoli a Greenpeace sarebbero state sistematicamente escluse dal dibattimento.


















