Groenlandia: la ricerca scientifica è a rischio

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Futuro artico
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Il glaciologo britannico Martin J. Siegert ha lanciato un avvertimento sulla fragilità della Groenlandia. Secondo lo scienziato, un’amministrazione unilaterale delle sue risorse, come quella che era stata ipotizzata in passato da alcune politiche statunitensi, rischierebbe di interrompere decenni di fondamentale collaborazione scientifica internazionale.

Per molto tempo, la Groenlandia, un territorio semi-autonomo appartenente al Regno di Danimarca, ha consentito a scienziati di tutto il mondo di studiare il suo ambiente. Ricercatori, molti dei quali statunitensi, hanno perforato i suoi ghiacci e le sue rocce per analizzare il legame storico tra anidride carbonica e temperature. La stessa NASA ha sorvolato l’isola per mappare la terraferma nascosta sotto la sua immensa calotta glaciale.

Queste interazioni hanno permesso alla scienza artica di fare passi da gigante nella comprensione di fenomeni che riguardano il futuro dell’intero pianeta. La calotta glaciale groenlandese è la più estesa dell’emisfero settentrionale, con una superficie di circa 1,8 milioni di chilometri quadrati e uno spessore medio di 3 chilometri, ricoprendo l’80% del territorio.

Se questa enorme massa di ghiaccio dovesse fondere completamente, il livello globale dei mari si innalzerebbe di 7,3 metri. Ogni centimetro di innalzamento mette a rischio di inondazioni costiere altri 6 milioni di persone. Dati della NOAA hanno confermato che la Groenlandia perde massa da 27 anni consecutivi, contribuendo all’innalzamento dei mari per circa 0,6 millimetri l’anno.

Questo processo di fusione, che sta accelerando, non solo innalza i mari ma immette anche enormi quantità di acqua dolce nel Nord Atlantico. Tale fenomeno minaccia di alterare il complesso sistema di correnti oceaniche che regola e mitiga il clima dell’emisfero settentrionale.

Il restante 20% del suolo groenlandese, libero dai ghiacci, ospita importanti riserve di minerali critici. Si tratta di materie prime di grande valore, come le terre rare, essenziali per la transizione energetica. Questi elementi sono infatti utilizzati nella produzione di batterie per auto elettriche, pannelli solari e turbine eoliche.

La Groenlandia si trova quindi in una posizione paradossale: custodisce le chiavi per comprendere il passato del clima terrestre e, al tempo stesso, le risorse per costruire un futuro a basse emissioni. Entrambi questi patrimoni sono estremamente fragili e potrebbero ritorcersi contro gli ecosistemi se gestiti in modo sconsiderato.

A differenza di altre aree polari, la regione artica non è protetta da accordi specifici. L’Antartide, ad esempio, è tutelato da 60 anni dal Trattato Antartico, che lo designa come un continente di pace e scienza. Le Isole Svalbard, pur essendo norvegesi, sono regolate da un trattato che garantisce ampio accesso.

Come ha spiegato la geologa marina Renata Giulia Lucchi dell’OGS, l’Artico è visto in larga parte come l’estensione naturale dei territori degli Stati che vi si affacciano. Di conseguenza, il fatto che la Groenlandia rimanga un laboratorio a cielo aperto per la comunità scientifica globale dipende unicamente dalla stabilità del diritto internazionale e degli equilibri politici.

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