Guinea Equatoriale: la storia di Vincenzo Annese

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Cronache Mercato
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C’è un allenatore italiano che, lontano dai riflettori, ha costruito una carriera da record in tutto il mondo. Si tratta di Vincenzo Alberto Annese, attuale commissario tecnico della Guinea Equatoriale, che parla inglese, russo, armeno, spagnolo, portoghese e francese. Dalla sua sede a Malabo, nell’Africa Centrale, ha raccontato la sua vita da film.

Nato a Bisceglie nel 1984, Annese ha allenato in quattro continenti, un’impresa rara per un tecnico del nostro Paese. La sua avventura è iniziata dopo aver abbandonato una modesta carriera da calciatore a 22 anni. “Ho detto ‘Basta’, mi sono iscritto all’università e mi sono laureato in Scienze motorie, cercando fin da subito di diventare allenatore”, ha spiegato.

Il suo percorso da mister è partito dalle giovanili della Fidelis Andria, ma il desiderio di allenare una prima squadra lo ha spinto presto all’estero, lontano da un sistema che in Italia percepiva come chiuso.

La prima vera chance è arrivata nel 2014 in Lituania, come assistente all’Alytus Dainava. Da lì è cominciato un lungo peregrinare che lo ha portato prima in Lettonia e poi in Estonia. Successivamente ha guidato le nazionali Under 17 e Under 19 dell’Armenia, per poi trasferirsi in Cina come formatore di giovani talenti.

La prima esperienza in Africa lo ha visto protagonista in Ghana. “Arrivò un’offerta dal Beckhem United. Vincemmo la Coppa, togliendomi le prime vere soddisfazioni”. Di quel periodo ricorda anche un aneddoto: “Realizzai uno dei miei sogni, vedere i leoni. Volevano anche regalarmeli, ma ho spiegato che sarebbe stato complicato gestirli…”.

Un altro capitolo significativo è stato quello in Palestina, con l’Ahli Al-Khalil, dove ha vinto la Coppa nazionale. “Andai anche a Gaza. I palestinesi sono persone straordinarie, con grande cultura e mentalità. Fanno un tifo pazzesco”, ha ricordato.

La consacrazione popolare è arrivata in Indonesia, con il club Semarang. Lì il calcio è vissuto come una religione e la sua fama ha raggiunto livelli altissimi, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Mourinho d’Indonesia”. “Una volta sono rimasto bloccato nello stadio per 24 ore perché i tifosi avversari volevano assalirci”, ha raccontato. La sua popolarità lo ha portato a essere considerato anche per la panchina della nazionale indonesiana, in una rosa che includeva persino Ruud Gullit.

Dopo l’Indonesia, la sua carriera è proseguita in Kosovo e poi in Belize, un’esperienza che ha definito “la più bella”. “Un posto stratosferico. Dopo gli allenamenti si andava in spiaggia, non esisteva lo stress”.

Negli ultimi anni ha allenato in India, per poi diventare ct del Nepal, dove ha anche scalato parte del Monte Everest. Brevi parentesi in Afghanistan e con il Burkina Faso hanno fatto da trampolino per l’attuale incarico. Sul suo futuro, rimane aperto a ogni possibilità, incluso un ritorno in Italia.

Nota sulla produzione: questo contenuto è stato realizzato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale ed è stato sottoposto a supervisione editoriale da parte della Redazione Cronachedi prima della pubblicazione.

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