Inquinamento: cala la fertilità, allarme in Europa

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Salute riproduttiva
Salute riproduttiva

Uno studio internazionale guidato dalla professoressa Melina Schuh del Max Planck Institute ha acceso i riflettori sulla qualità degli ovociti, un elemento chiave dell’infertilità femminile legata all’età. La ricerca ha esplorato il ruolo di una proteina specifica, la Shugoshin 1, nel processo di divisione cellulare.

Secondo i risultati, pubblicati da un team di ricerca di Gottinga, in Germania, il ripristino della funzione di questa proteina potrebbe ridurre gli errori cromosomici. Questo meccanismo migliorerebbe la qualità genetica degli ovociti, soprattutto nelle donne con più di 40 anni.

Ermanno Greco, presidente della Società Italiana della Riproduzione, ha commentato lo studio sottolineandone il grande interesse scientifico, ma ha invitato alla cautela. I dati sono ancora in fase preclinica e dovranno essere confermati da trial clinici per verificare se il miglioramento si traduca in un aumento di gravidanze e nati sani.

La biologia femminile presenta un limite strutturale: a differenza dell’uomo, la donna nasce con un patrimonio finito di cellule uovo, che diminuisce e peggiora qualitativamente con il tempo. Tecniche come la diagnosi genetica preimpianto aiutano a selezionare embrioni sani, ma non risolvono il problema alla radice.

Oltre all’età biologica, un fattore sempre più determinante è l’ambiente. Numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato negli ultimi decenni come l’esposizione all’inquinamento influisca negativamente sulla salute riproduttiva sia femminile sia maschile.

Sostanze come interferenti endocrini, pesticidi, metalli pesanti, PFAS e microplastiche sono in grado di alterare l’equilibrio ormonale. Questi agenti possono compromettere la maturazione degli ovociti e aumentare il rischio di anomalie cromosomiche, rendendo più difficile il concepimento.

Anche l’inquinamento atmosferico, in particolare le polveri sottili (PM2.5 e PM10), è stato associato a una riduzione della riserva ovarica e a un aumento degli aborti spontanei. I tassi di successo della fecondazione assistita risultano inoltre inferiori nelle aree più inquinate.

La capacità riproduttiva è diventata così un indicatore sensibile dello stato di salute degli ecosistemi. L’infertilità, riconosciuta come patologia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, non è più una questione privata ma una condizione che coinvolge milioni di persone in Europa, dove una coppia su sei incontra difficoltà.

Questo scenario si inserisce nella più ampia crisi demografica del continente. Il tasso di fecondità medio nell’UE è ben al di sotto della soglia di sostituzione, con l’Italia tra i Paesi più critici per il crollo delle nascite e l’aumento dell’età media al primo figlio.

Le tecnologie di procreazione assistita, per quanto avanzate, rischiano di essere una soluzione parziale se non affiancate da politiche strutturali. Ridurre l’inquinamento, migliorare la qualità di aria e acqua e limitare le sostanze tossiche sono investimenti diretti nella salute riproduttiva delle generazioni future.

Tutelare l’ambiente significa quindi anche creare le condizioni per una genitorialità più sicura e consapevole. La qualità degli ovociti, come quella dell’aria che respiriamo, è parte di un equilibrio più grande, che lega il benessere individuale al futuro demografico e sociale dell’intero continente.

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