Un servizio identico, come il trattamento di una tonnellata di rifiuti organici o il riciclo della plastica, è arrivato a costare fino a dieci volte di più tra un comune e un altro, talvolta all’interno della stessa identica provincia. Lo stesso divario si è registrato per la gestione delle discariche o per gli appalti di raccolta differenziata. Come si sono potute generare differenze di prezzo così abissali per prestazioni standardizzate?
Le cause di questa anomalia sono molteplici e complesse. Da un lato, si profila l’ombra della cattiva gestione e di pratiche poco trasparenti, che possono gonfiare i capitolati d’appalto a vantaggio di pochi. Dall’altro, incide pesantemente la frammentazione del sistema: migliaia di comuni che contrattano singolarmente, senza alcun potere negoziale, finiscono per subire le condizioni imposte dai fornitori. A questo si aggiunge un’infrastruttura a macchia di leopardo, con impianti tecnologicamente avanzati in alcune aree e strutture obsolete e inefficienti in altre, che inevitabilmente hanno costi operativi più elevati.
Le conseguenze di questo scenario non sono solo economiche, ma profondamente ambientali. L’enorme spreco di denaro pubblico si traduce in minori risorse per altri servizi essenziali e, soprattutto, in un ostacolo alla transizione ecologica. Tariffe di smaltimento troppo alte o inefficienti possono disincentivare i comuni dal perseguire obiettivi ambiziosi di raccolta differenziata, rendendo più conveniente il conferimento in discarica, la soluzione con il più alto impatto ambientale. Un sistema così iniquo e costoso ha rallentato di fatto lo sviluppo di una vera economia circolare, in cui il rifiuto è una risorsa.
Eppure, la soluzione per sbloccare questa situazione di stallo sarebbe a portata di mano e avrebbe un impatto immediato. Basterebbe un singolo provvedimento a livello nazionale per standardizzare le procedure e i costi. L’istituzione di una centrale unica di committenza, o l’introduzione di costi standard vincolanti basati sulle migliori pratiche europee, permetterebbe di uniformare i prezzi su tutto il territorio nazionale. Questo meccanismo eliminerebbe le speculazioni e premierebbe le aziende più efficienti e tecnologicamente avanzate.
Secondo le stime, una riforma di questo tipo porterebbe a un risparmio per le casse pubbliche di almeno due miliardi di euro ogni anno. Queste immense risorse, oggi sprecate, potrebbero essere reinvestite proprio nel settore ambientale: per costruire nuovi impianti di riciclo, potenziare la raccolta differenziata porta a porta, avviare campagne di sensibilizzazione per i cittadini o bonificare le aree inquinate. Rendere omogenee le forniture nel settore dei rifiuti non è solo una questione di buona amministrazione, ma un passo decisivo per un’Italia più pulita e sostenibile.



















