Negli ultimi vent’anni, i Parchi Nazionali italiani hanno assunto un ruolo da protagonista nella conservazione del lupo, trasformando una potenziale fonte di conflitto in un modello di gestione ambientale. Il loro lavoro ha gettato le basi scientifiche e operative per favorire la coesistenza tra questo grande predatore e le attività umane, specialmente l’allevamento.
All’inizio di questo percorso, la situazione del lupo in Italia era precaria. La sua presenza era limitata a poche aree isolate e la percezione pubblica era spesso negativa, alimentata da secoli di paure e pregiudizi. I parchi hanno intercettato questa sfida, avviando un programma sistematico fondato su tre pilastri: monitoraggio, ricerca e promozione di buone pratiche.
Il monitoraggio scientifico ha rappresentato il primo passo fondamentale. Attraverso tecniche avanzate come il campionamento genetico non invasivo (da peli e feci), il fototrappolaggio e l’uso di radiocollari GPS, i parchi hanno raccolto dati preziosi sulla distribuzione, la consistenza numerica delle popolazioni, la struttura dei branchi e le abitudini alimentari dei lupi. Questa mole di informazioni ha permesso di superare le stime aneddotiche, fornendo un quadro oggettivo della presenza del predatore sul territorio.
Questi dati hanno alimentato un’intensa attività di ricerca scientifica, spesso in collaborazione con università e istituti specializzati. Gli studi hanno approfondito la biologia della specie, le dinamiche di popolazione e il suo ruolo ecologico come predatore al vertice della catena alimentare. Grazie a questa conoscenza, è stato possibile smontare molti falsi miti e sviluppare strategie di gestione basate sull’evidenza scientifica anziché sull’emotività.
Il contributo più significativo dei parchi è stato però sul fronte della coesistenza. Consapevoli che la conservazione del lupo non potesse prescindere dal consenso delle comunità locali, hanno promosso attivamente strumenti di prevenzione dei danni al bestiame. Sono state incentivate l’adozione di cani da guardiania, come il pastore abruzzese, e l’installazione di recinzioni elettrificate e altri sistemi di protezione.
Parallelamente, sono stati istituiti e migliorati i meccanismi di indennizzo per i capi di bestiame predati, garantendo agli allevatori un supporto concreto. Fondamentali si sono rivelate anche le campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte a residenti, allevatori e turisti, con l’obiettivo di promuovere una corretta conoscenza del lupo e dei comportamenti da adottare nelle aree di sua presenza.
Sebbene l’obiettivo fosse comune, i parchi hanno operato con una certa eterogeneità gestionale, adattando le strategie ai diversi contesti territoriali. Le soluzioni adottate nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con la sua lunga storia di convivenza, sono state diverse da quelle implementate in parchi di più recente istituzione. Questa diversità ha costituito una ricchezza, creando un patrimonio di esperienze che oggi rappresenta un punto di riferimento a livello europeo.
Il lavoro svolto ha portato a risultati tangibili: il lupo è tornato a popolare stabilmente gran parte dell’Appennino e ha iniziato a ricolonizzare anche l’arco alpino. Il futuro della conservazione richiederà di consolidare questi risultati e affrontare nuove sfide, come la gestione della specie in aree sempre più urbanizzate e il contrasto alla disinformazione.



















