La transizione energetica ha smesso di essere una scelta facoltativa, trasformandosi in una leva strategica per l’Europa. Crisi geopolitiche, come il conflitto in Ucraina e le tensioni in Medio Oriente, hanno reso evidente la fragilità di un modello basato su forniture energetiche esterne. In questo scenario, accelerare sulle fonti rinnovabili è diventato uno strumento di sicurezza economica e politica industriale, con profonde ricadute sul mercato del lavoro.
L’Unione Europea ha risposto rafforzando i propri piani, dal Green Deal al REPowerEU, per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e garantire l’indipendenza energetica. Questi obiettivi hanno innescato una riconversione industriale che richiede un massiccio investimento nel capitale umano e nello sviluppo di nuove figure professionali.
L’Italia si trova in una posizione ambivalente. Se da un lato vanta eccellenze nell’economia circolare, dall’altro sconta ritardi nello sviluppo delle rinnovabili. Tuttavia, i segnali sono incoraggianti: nel primo semestre del 2024, la produzione da fonti pulite ha superato per la prima volta quella da combustibili fossili, coprendo oltre un terzo della domanda elettrica nazionale. Un’analisi approfondita del fenomeno è stata fornita da Renovis, società specializzata in efficienza energetica, in un report a firma di Alessandro Brizzi.
L’impatto sul mondo del lavoro è già misurabile. Secondo il rapporto GreenItaly di Fondazione Symbola e Unioncamere, a fine 2022 il 13,4% degli occupati italiani operava in ruoli legati alla green economy. Nel 2023, i nuovi contratti per professioni con competenze ambientali hanno sfiorato i due milioni, costituendo il 34,8% del totale delle nuove attivazioni. Si tratta di una trasformazione che non riguarda solo il settore energetico, ma attraversa l’intera filiera produttiva, dalla logistica alla progettazione.
Purtroppo, questa crescita non è omogenea. La distribuzione dei ‘green jobs’ ricalca le storiche disuguaglianze territoriali del Paese. Il Nord Italia, con la Lombardia in testa, concentra la maggior parte delle opportunità, mentre il Mezzogiorno, pur avendo un enorme potenziale di risorse rinnovabili, fatica a causa di carenze infrastrutturali e ritardi burocratici. Senza politiche mirate, la transizione rischia di accentuare il divario economico e sociale.
I settori più dinamici sono le energie rinnovabili, l’agricoltura sostenibile (con modelli innovativi come l’agrivoltaico), l’edilizia (bioarchitettura e riqualificazione energetica) e l’economia circolare. La domanda di professionisti è alta, ma l’ostacolo principale è la carenza di competenze adeguate. Si stima che entro il 2027 quasi quattro milioni di lavoratori dovranno possedere abilità ‘green’ di livello avanzato, un fabbisogno che il sistema formativo attuale non riesce a soddisfare.
Tra i laureati, si cercano soprattutto ingegneri energetici e ambientali, sustainability manager ed esperti di finanza sostenibile (ESG). Ma la carenza più critica, come evidenzia l’analisi di Renovis, riguarda i profili tecnici intermedi: mancano installatori di impianti fotovoltaici ed eolici, manutentori di pompe di calore e tecnici specializzati nella gestione dei rifiuti. Senza queste figure operative, molti progetti finanziati rischiano di rimanere sulla carta.
La sfida per l’Italia non è più decidere se fare la transizione ecologica, ma come governarla. Investire in formazione e competenze diventerà il fattore determinante per trasformare una necessità ambientale in un potente motore di rigenerazione economica e sociale, capace di creare lavoro qualificato e duraturo.




















