Italia, stop al carbone rinviato al 2038

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Proroga carbone
Proroga carbone

L’Italia ha ufficialmente posticipato la data di uscita dal carbone. Con un emendamento al Decreto Bollette, approvato in X Commissione alla Camera, il termine per l’abbandono di questa fonte fossile è stato spostato dal 2025 al 31 dicembre 2038. La proposta ha ricevuto il sostegno di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e alcuni deputati di Azione.

La decisione riguarda le ultime centrali a carbone del Paese, situate a Brindisi e Civitavecchia. Inizialmente, il governo aveva manifestato l’intenzione di mantenerle come “riserva fredda”, ovvero impianti spenti ma pronti a una riattivazione in caso di emergenza, sulla scia della crisi energetica del 2021-2022.

Ora, tuttavia, lo scenario è cambiato. Si è passati dall’ipotesi di una riserva strategica a un possibile ritorno alla produzione energetica a pieno regime. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha spiegato che le centrali potrebbero tornare operative “anche subito, basta un decreto”.

La riaccensione, però, avverrebbe solo a determinate condizioni economiche. Secondo il ministro, l’operazione avrebbe senso “soltanto se il prezzo del gas salirà stabilmente sopra i 70 euro al MWh”, altrimenti i costi di produzione non sarebbero sostenibili. Questa posizione segna un netto cambiamento rispetto a dichiarazioni passate, quando lo stesso ministro sperava di anticipare la fine del carbone persino al 2024.

La strada per la riattivazione non sarà semplice. L’Italia dovrà rinegoziare con Bruxelles la propria strategia, poiché l’impegno a chiudere con il carbone entro il 2025 era stato formalizzato nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC). Sarà quindi necessario ottenere l’approvazione dell’Unione Europea per modificare il piano.

Un altro ostacolo è rappresentato dai costi. Il sistema di scambio di quote di emissione dell’UE (EU ETS) rende la produzione di energia dal carbone molto onerosa. Solo un’impennata eccezionale del prezzo del gas, come quella registrata nel 2022, potrebbe rendere il carbone nuovamente competitivo, annullando di fatto il peso dei costi ambientali.

La scelta di posticipare l’uscita ha sollevato forti critiche da parte dell’opposizione. I deputati del Movimento 5 Stelle hanno definito la decisione “senza alcuna giustificazione tecnica né economica”, sostenendo che aumenterà la dipendenza dell’Italia dalle importazioni, rendendo il sistema energetico nazionale più fragile.

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