Una legge approvata nel 2022 ha sancito in Italia la fine di un’era, vietando l’allevamento, la riproduzione, la cattura e l’uccisione di visoni, volpi, cani procione, cincillà e altre specie per la produzione di pellicce. Questo passo legislativo, accolto come una vittoria di civiltà, si è però scontrato con una paralisi burocratica che ha creato una situazione paradossale e crudele.
Nonostante il divieto formale, infatti, numerosi esemplari che si trovavano già nelle strutture al momento dell’entrata in vigore della norma sono rimasti confinati nelle stesse gabbie. Questi allevamenti, di fatto illegali, continuano a operare in un limbo normativo, in attesa di provvedimenti attuativi o di un trasferimento degli animali in rifugi specializzati che tarda ad arrivare.
A sollevare il caso è stata l’associazione animalista Humane World for Animals Italy, la cui denuncia ha messo in luce una grave inadempienza da parte dello Stato. La questione ha avuto eco anche in Parlamento, diventando oggetto di interrogazioni mirate a fare chiarezza sulla sorte di questi animali e sulle responsabilità politiche.
La senatrice Dolores Bevilacqua ha espresso forte preoccupazione per la situazione: “A quasi quattro anni dal divieto italiano di allevamento di animali da pelliccia, è inaccettabile che i visoni siano ancora allevati in strutture che non hanno più alcuna legittimità legale nel nostro Paese”. La senatrice ha inoltre evidenziato come la mancata emanazione del decreto attuativo stia creando un limbo che espone gli animali a sofferenze ingiustificabili.
Il problema non è solo di natura etica, ma anche sanitaria. La permanenza di questi animali in condizioni precarie e in strutture non più regolamentate rappresenta, secondo gli esperti, un potenziale rischio per la salute pubblica, come dimostrato in passato dalla diffusione di zoonosi proprio in contesti simili.
L’incompatibilità di questa pratica con i moderni standard di benessere è stata ribadita anche a livello europeo. In un suo parere scientifico, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha sottolineato che la sofferenza fisica e psicologica patita dagli animali allevati per la loro pelliccia è intrinseca a questo tipo di attività e del tutto inconciliabile con le attuali conoscenze etologiche.
La vicenda italiana rappresenta quindi un caso emblematico di come una legge progressista possa essere vanificata dall’inerzia amministrativa. Mentre si attende che la burocrazia faccia il suo corso, centinaia di esseri viventi continuano a pagare il prezzo di questo ritardo, prigionieri di una libertà solo promessa sulla carta.


















