Se in cinque anni sono stati cambiati quattro allenatori senza che i risultati migliorassero, la domanda sorge spontanea: il problema è davvero in panchina? I numeri, del resto, non hanno opinioni e raccontano una storia precisa.
La Juventus ha avuto il monte ingaggi più alto della Serie A in tre delle ultime cinque stagioni, posizionandosi seconda nelle altre due. Nessuno può quindi sostenere che al club siano mancati i mezzi economici per competere ai massimi livelli.
La girandola in panchina è stata però incessante. Massimiliano Allegri ha guidato la squadra per due stagioni, vincendo una Coppa Italia prima del congedo nel 2024. È seguito Thiago Motta, il cui mandato si è chiuso a marzo 2025 dopo un’eliminazione dalla Champions. Anche Igor Tudor, pur centrando il quarto posto, è stato esonerato, dimostrando come il solo cambio di guida tecnica non abbia risolto le difficoltà strutturali.
Se gli allenatori sono stati una variabile, la vera costante è stata l’instabilità dirigenziale. Nel novembre 2022 si è dimesso in blocco il consiglio di amministrazione, portando a una gestione transitoria. L’arrivo di Cristiano Giuntoli è durato meno di due stagioni, seguito da un nuovo assetto con Damien Comolli e Giorgio Chiellini, smantellato dopo appena un anno. È poi arrivato Giovanni Carnevali, il terzo amministratore delegato dal 2022.
Questa continua rivoluzione ai vertici ha impedito la costruzione di un progetto a lungo termine, con filosofie di mercato che sono cambiate a ogni nuovo assetto. I risultati sportivi chiudono il cerchio di questa analisi. Nelle ultime cinque stagioni, la squadra non ha mai vinto lo Scudetto, ha conquistato una sola Coppa Italia e ha ottenuto solo due qualificazioni alla Champions League, con un rendimento europeo spesso deludente.
Il tutto a fronte di investimenti da primato. Si delineano quindi due ipotesi. La prima è che i giocatori siano stati pagati molto più del loro reale valore, un errore di valutazione dirigenziale. La seconda, più probabile, è che l’instabilità ai vertici abbia minato ogni tentativo di costruire una squadra vincente. Cambiare allenatore è stato come ridipingere un muro umido senza riparare la perdita: il problema ricompare sempre, finché qualcuno non si deciderà a guardare i tubi.






