Juventus, Iaquinta: ‘Da campione a mafioso, che incubo’

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Cronache Mercato
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Vincenzo Iaquinta, ex attaccante della Juventus e campione del mondo nel 2006, ha espresso tutta la sua amarezza per la vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto. “Prima mi chiamavano campione del mondo, ora sono considerato un mafioso. È un accanimento incredibile, paghiamo per il cognome”, ha dichiarato l’ex calciatore, sottolineando come il suo nome venga associato all’ndrangheta per un’accusa che ha definito “infame”.

La sua condanna è arrivata per la mancata custodia di due pistole e 126 proiettili, ceduti al padre. “È stata un’ingenuità, ma non fa di me un criminale. Le pistole erano regolarmente dichiarate, mio padre le ha prese senza informare dello spostamento”, ha spiegato. L’accusa di aver agevolato i clan con armi legalmente detenute è stata descritta come “una follia, cose che ti rovinano la vita” e un incubo che dura da dieci anni.

L’ex bomber ha espresso grande preoccupazione per il padre Giuseppe, affermando: “Finiranno per ammazzarmelo in carcere. Lotterò per dimostrare la sua innocenza, è la battaglia della mia vita. Noi con la mafia non c’entriamo nulla, ci fa schifo”.

Durante l’intervista, Iaquinta ha anche ripercorso i momenti più significativi della sua carriera. Ha ricordato con affetto il periodo all’Udinese con Luciano Spalletti, un tecnico considerato “dieci anni avanti a tutti”. Ha raccontato un aneddoto curioso: “Nello spogliatoio ero il campione di braccio di ferro. Un giorno si presentò lui, mi sfidò e a momenti mi spaccava il braccio. ‘Così la smetti di fare il bischero’, mi disse”.

Quel periodo è stato segnato da un calcio spettacolare e da grandi soddisfazioni, come la tripletta all’esordio in Champions League contro il Panathinaikos e le sfide al Barcellona, in coppia con Di Natale. Un altro allenatore fondamentale è stato Marcello Lippi, che stravedeva per lui. “Per lui ho fatto l’esterno, la seconda punta e il centravanti, ma avrei fatto anche il portiere”, ha confidato, elogiando la capacità del ct di compattare il gruppo che ha poi trionfato ai Mondiali del 2006.

Infine, un pensiero per Antonio Conte e il grande rimpianto legato alla Juventus. “Quando è arrivato, mi voleva tenere. Mi portò in ritiro, giocavo e stavo bene. Poi ecco l’ennesimo infortunio”. Nonostante il supporto del tecnico, che lo chiamava ogni giorno, l’ultimo stop lo ha costretto ad arrendersi. “Non aver giocato per lui resta un rimpianto che mi porto dentro”, ha concluso con amarezza.

Nota sulla produzione: questo contenuto è stato realizzato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale ed è stato sottoposto a supervisione editoriale da parte della Redazione Cronachedi prima della pubblicazione.

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