Un’analisi spietata, che arriva dritta al cuore del problema da una delle icone più amate della sua storia. Marco Tardelli, eroe del Mondiale 1982 e pilastro di una Juventus vincente per un decennio, ha affidato alle pagine de La Stampa una riflessione durissima sulla situazione del club torinese, parole che suonano come un grido d’allarme.
L’ex centrocampista ha manifestato una profonda amarezza per la traiettoria discendente della squadra. ‘Vivo una grande tristezza per quello che sta accadendo’, ha dichiarato, sottolineando un senso di incredulità di fronte a una crisi che sembra senza fine. ‘Quel che vedo ha dell’incredibile. Non riesco più a capire cosa è accaduto in questi anni nello spogliatoio e all’interno della società’.
Il suo giudizio è entrato poi nel dettaglio, elencando una serie di problematiche che, a suo avviso, hanno minato le fondamenta del club. Tardelli ha parlato senza mezzi termini di ‘incapacità, disamoramento, mancanza di qualità in campo, presunzione, scelte sbagliate’. Una diagnosi severa che non risparmia nessuno, dai giocatori alla dirigenza, descrivendo un quadro di generale smarrimento.
L’attacco più forte, tuttavia, è stato riservato a quella che ha percepito come una pericolosa mancanza di autocritica. ‘Ma soprattutto, quel che è peggio, non vedo nessuna voglia di capire le cause’, ha aggiunto. Questa frase racchiude la preoccupazione più grande della bandiera bianconera: non tanto gli errori commessi, quanto l’apparente incapacità o indisponibilità della società a riconoscerli e ad analizzarli per correggere la rotta.
Le parole dell’ex giocatore hanno messo in luce un presunto distacco dai valori storici del club, come la fame di vittoria e l’attaccamento alla maglia, che lui stesso ha incarnato per anni. Il ‘disamoramento’ di cui ha parlato sembra riferirsi proprio a un’assenza di passione e dedizione da parte di chi scende in campo. La ‘presunzione’ e le ‘scelte sbagliate’, invece, hanno puntato l’indice verso le strategie societarie e le decisioni tecniche degli ultimi anni, che non hanno prodotto i risultati sperati.
L’intervento di una figura del suo calibro non è passato inosservato, poiché rappresenta il pensiero di chi ha vissuto e contribuito a creare l’epopea di un club dominatore in Italia e in Europa. La sua non è stata una semplice critica, ma un appello accorato a ritrovare un’identità smarrita e a ricostruire su basi solide, partendo da un’onesta ammissione dei propri fallimenti.



