Michelangelo Rampulla, storico portiere della Juventus dal 1992 al 2002, ha analizzato il complesso momento che sta attraversando la squadra bianconera. Intervenuto ai microfoni di una trasmissione radiofonica, l’ex calciatore ha offerto una lettura lucida e critica delle difficoltà incontrate dalla formazione, individuando cause precise sia sul piano tattico che su quello fisico.
Secondo la sua analisi, il cuore del problema risiede nel rendimento della linea mediana. “A questa Juve mancano tranquillità e un centrocampo che faccia filtro”, ha dichiarato Rampulla. Ha poi sottolineato come, nella fase iniziale del campionato, il reparto riuscisse a garantire una maggiore protezione alla difesa, assorbendo la pressione avversaria e gestendo meglio le transizioni. Questo equilibrio si è progressivamente incrinato.
Con il passare delle settimane, la capacità di fare da schermo del centrocampo è diminuita drasticamente. La squadra ha perso compattezza e il reparto difensivo, non più protetto adeguadamente, si è ritrovato costantemente esposto alle ripartenze e agli attacchi in campo aperto degli avversari. Una vulnerabilità che ha minato le certezze del gruppo e inciso sui risultati.
A complicare il quadro tattico hanno contribuito i numerosi infortuni. Le assenze forzate hanno costretto l’allenatore a continui cambi di formazione, impedendo la creazione di un’ossatura stabile e di automatismi consolidati. Questa discontinuità ha avuto un impatto diretto non solo sul gioco, ma anche sulla serenità dell’ambiente. La mancanza di risultati positivi ha generato un clima di insicurezza, portando a errori individuali e a una generale perdita di fiducia nei propri mezzi.
Per l’ex portiere, la radice di molte di queste difficoltà, in particolare della catena di infortuni, è da ricercare altrove. La sua tesi è audace e punta il dito contro la gestione della fase estiva. “Credo che il problema sia la preparazione”, ha affermato con decisione. Secondo la sua interpretazione, il programma di lavoro fisico svolto prima dell’inizio della stagione potrebbe essere stato inadeguato o mal programmato.
L’ipotesi è che i carichi di lavoro e i tempi di recupero non siano stati ottimali, considerando la densità del calendario. “Si gioca quasi subito dopo la stessa [preparazione]”, ha specificato, suggerendo che un avvio troppo ravvicinato delle competizioni ufficiali non abbia permesso ai giocatori di assimilare correttamente la fatica e raggiungere la condizione ideale. Questo avrebbe reso gli atleti più fragili e suscettibili a problemi muscolari.
Di fronte a questo scenario, la ricetta proposta non prevede formule magiche, ma un ritorno ai fondamentali: pragmatismo e spirito di sacrificio. “Questo è l’anno in cui serve ancor di più mettersi l’elmetto e aspettare che passi il momento”, ha concluso. Un invito alla resilienza, a serrare le fila e a lavorare duramente per superare la tempesta.









