C’è un filo rossoblù che cuce il tempo a Caserta. Non è solo una maglia, non è solo una squadra. È un’eredità che si passa di mano in mano, di generazione in generazione, senza mai perdere un punto. Faremo un viaggio nel tempo attraverso tre generazioni, un viaggio all’indietro e poi di nuovo in avanti. Tre uomini, tre età diverse, una sola fede. Non li unisce il risultato, non li unisce la categoria. Li unisce il Pinto, le emozioni, le stesse emozioni provate in tempi diversi e che rimangono costanti nonostante l’età, nonostante tutto.
Partiamo dall’inizio, da dove tutto è più sbiadito e più vero, dal ricordo di Riccardo, l’old, quello che la Casertana l’ha vista rialzarsi dopo una caduta, quello della rivolta e che conserva la stessa sciarpa di lana da cinquant’anni.
Riccardo, la memoria storica: “Quella rivolta non la dimentico”.
Riccardo è un tifoso old della Casertana. Figlio di un padre di origine ligure che sui campi di calcio ha dato molto, da arbitro in Serie C e da segnalinee in Serie A. Caserta, negli anni Sessanta e Settanta, era famosa per i suoi arbitri, professionisti in ambiti diversi, che quella professionalità la misero al servizio di una passione. E’ cresciuto negli anni d’oro, quelli di Moccia, presidente illuminato che ebbe il merito di definire un assetto moderno della società, quelli di Fazzi, quando al Pinto si andava per crederci sul serio. Due sono i ricordi che ha impressi nel cuore e nella mente. Il primo è quel giorno in Piazza Margherita, il cuore del centro storico casertano. Lui ragazzino e, davanti a lui, Olivieri. L’allenatore blasonato, Campione del Mondo, venuto ad allenare la Casertana. Vederlo lì, tra i bar e le chiacchiere, seduto come uno di loro, era come toccare con mano il calcio, quello vero, la prova che Caserta poteva essere grande. Il secondo ricordo è l’ultimo giorno di quel campionato maledetto, era il ’69, giugno. Ultima di campionato in casa: Casertana-Messina. Gol di Cominato. Vince la Casertana. È fatta, è Serie B. Invasione di campo pacifica, gente che piange, si abbraccia. La città è in festa. Poi arriva il ricorso, si contesta un illecito sportivo. Annullano punti alla Casertana e in Serie B ci mandano il Taranto. Caserta esplode. E qui Riccardo c’entra in pieno. Lui quel giorno, fresco di maturità, tornava a casa da un viaggio premio. Era felice, scende alla stazione di Caserta, poi tutto si blocca. Si aspettava di trovare la sua città in festa. Invece la trova in subbuglio. Barricate, fumo, polizia, rabbia, blocchi stradali, uffici pubblici dati alle fiamme. La sua Caserta ferita. La sensazione che ricorda ancora oggi, con gli occhi lucidi, è una sola: smarrimento totale. “Uscito dalla stazione non ho capito più niente. Non riconoscevo la mia città. Ci avevano rubato qualcosa”.
La rivolta fu sedata dopo due giorni, ci furono circa 90 arresti. Molti amici di Riccardo si trovarono nei disordini, solo per caso non furono immortalati in quegli scatti che servirono ad individuare i “rivoltosi”. In fondo, è questo che rende Riccardo diverso. Lui non ha solo dei ricordi, conserva dei pezzi di storia. Sono ricordi importanti perché non sono solo suoi. Sono i ricordi di un’intera generazione di casertani. Gioia pura e smarrimento. Finché ci sarà qualcuno come Riccardo a raccontarli, quella Casertana lì non morirà mai. Finisce qui il primo tempo del nostro viaggio. Al prossimo conosceremo Giancarlo, la generazione di mezzo. Quella degli ottavi di Coppa Italia contro l’Atalanta, del campionato di Serie C1 vinto nel ’90-’91, di Campilongo e Suppa, dei fallimenti e delle domeniche in Serie D a guardare la Casertana in un Pinto grigio e semideserto.








