Lazio, Bruno Giordano si racconta tra pistole e aneddoti

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Cronache Mercato
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Bruno Giordano, ex attaccante di Lazio e Napoli, ha ripercorso la sua carriera in una lunga intervista. L’ex centravanti, noto per la sua tecnica e la sua classe, ha condiviso aneddoti e ricordi di un calcio che non c’è più, spaziando dai trionfi alle delusioni che hanno segnato il suo percorso professionale.

Uno dei passaggi più significativi riguarda Diego Armando Maradona, che lo ha definito “l’italiano più forte con cui abbia mai giocato”. Giordano ha ricambiato l’affetto e la stima: “Mentre lui è stato il più grande di tutti i tempi, io ho avuto la fortuna di essere suo compagno di squadra e suo amico”. Il legame tra i due si è cementato durante l’epopea del primo scudetto del Napoli, un evento che l’ex attaccante ha descritto come “storia che resterà nei secoli dei secoli”.

Un capitolo fondamentale della sua storia è legato alla Lazio di Tommaso Maestrelli e Giorgio Chinaglia. Giordano ha ricordato come l’allenatore “si accorse che avevo doti pure a me sconosciute”. Inizialmente era un “falso nueve” che si ispirava a Cruijff, ma tutto è cambiato con la partenza di Chinaglia per l’America. “Prese la maglia numero 9 e me la consegnò. Segnai subito, a Firenze, e da quel momento divenni un centravanti”. Quella squadra era un gruppo di “personalità pazzesche, che in allenamento se le suonava e alla domenica magicamente combatteva unita”.

Proprio per descrivere l’atmosfera di quello spogliatoio, Giordano ha raccontato un aneddoto incredibile sulle armi da fuoco. “Credo che a un certo punto fossimo solo io e Felice Pulici a non possederne una”. L’episodio più clamoroso è avvenuto prima di una trasferta. “Una domenica giocavamo ad Ascoli, eravamo in ritiro a Colle San Marco. Durante il tragitto, in uno slargo c’era la carcassa di un’auto. Alcuni compagni scesero, fecero una specie di gara di tiro a segno e poi andammo tranquillamente a giocare”.

La carriera di Giordano è stata però segnata anche da una pagina dolorosa: lo scandalo del calcioscommesse. Una vicenda che gli è costata la convocazione al Mondiale del 1982. “Sono stato condannato per non aver commesso il fatto. La giustizia ordinaria mi ha assolto, mentre quella sportiva mi ha fermato per tre anni e mezzo”. La squalifica è stata poi ridotta a due anni, ma il sogno iridato è svanito. “Sarei stato campione del Mondo. Pazienza, è andata così”, ha concluso con un velo di amarezza, trovando consolazione nel ricordo più bello: “Ho giocato con Diego, posso raccontarlo”.

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