Mediterraneo: i ricci di mare verso il collasso

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Ricci marini
Ricci marini

L’aumento della temperatura dell’acqua ha messo a serio rischio la sopravvivenza dei ricci di mare nel Mediterraneo. Le ondate di calore, sempre più intense e frequenti, hanno causato mortalità di massa in aree come Sicilia, Sardegna e Puglia, dove la popolazione è diminuita tra l’80 e il 90 per cento. In queste zone, la densità è crollata ad appena 0,2 individui per metro quadrato.

La crisi è strettamente legata al cambiamento climatico. Il bacino del Mediterraneo si sta riscaldando a un ritmo superiore rispetto alla media globale, e questo fenomeno è una delle cause principali della drastica riduzione di questi preziosi invertebrati, essenziali per l’equilibrio dell’ecosistema.

L’accelerazione del declino è collegata anche all’acidificazione degli oceani. L’incremento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera porta alla formazione di acido carbonico nell’acqua, riducendone il pH. Un ambiente più acido rende estremamente difficile per i ricci costruire i loro gusci e scheletri calcarei, compromettendone la crescita e la capacità di resistere, soprattutto nella fase larvale.

Oltre agli effetti climatici, l’inquinamento rappresenta un’altra grave minaccia. I ricci marini accumulano nei loro tessuti metalli pesanti come mercurio e piombo, oltre a residui di pesticidi. Queste sostanze tossiche non solo avvelenano gli organismi, ma ne riducono anche la fertilità e aumentano l’incidenza di malformazioni, ostacolando la riproduzione della specie.

L’arrivo in mare di fertilizzanti agricoli e scarichi non trattati favorisce la proliferazione di alghe e batteri. Questo processo, noto come eutrofizzazione, consuma grandi quantità di ossigeno disciolto nell’acqua, creando zone anossiche in cui la vita marina, inclusi i ricci, non può sussistere.

Anche le microplastiche contribuiscono al problema. Ingerite accidentalmente, queste particelle possono bloccare il sistema digestivo degli animali e rilasciare composti tossici, avvelenandoli dall’interno in modo simile a quanto accade per i pesci.

Infine, la pressione umana diretta aggrava ulteriormente il quadro. Nonostante le restrizioni locali, la pesca abusiva continua senza sosta. I bracconieri prelevano illegalmente anche gli esemplari più piccoli, al di sotto della taglia minima consentita di 5 centimetri (aculei compresi), impedendo alle popolazioni di rigenerarsi. A questo si aggiunge la raccolta indiscriminata da parte dei turisti, spesso inconsapevoli del danno arrecato.

Un recente studio scientifico, pubblicato sulla rivista Scientific Reports da un consorzio di università e centri di ricerca, ha descritto la situazione come un “autentico collasso della specie”. La scomparsa dei ricci avrebbe conseguenze devastanti per l’intero ecosistema costiero.

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