Le microplastiche sono minuscoli frammenti di materiale plastico, con un diametro inferiore ai 5 millimetri. A dispetto delle dimensioni, hanno rappresentato un rischio crescente per la salute umana e per gli ecosistemi globali, poiché non vengono filtrate dagli impianti di depurazione e raggiungono liberamente ogni angolo del pianeta.
Questi residui si suddividono in due categorie principali. Le microplastiche primarie sono quelle prodotte intenzionalmente dall’industria, aggiunte a cosmetici o detergenti per le loro proprietà abrasive. Ogni anno, circa 42 mila tonnellate di queste particelle vengono disperse nell’ambiente.
Le microplastiche secondarie, che costituiscono la maggioranza di quelle presenti negli oceani (fino all’81%), derivano invece dalla degradazione di rifiuti plastici più grandi, come buste, bottiglie e reti da pesca abbandonate, sotto l’azione di sole, vento e onde.
Oltre ai rifiuti, esistono fonti di contaminazione meno evidenti. Il semplice lavaggio di abiti sintetici è risultato responsabile di circa il 35% dell’inquinamento da microfibre, mentre l’abrasione degli pneumatici durante la guida ha contribuito per un altro 28%.
Una volta rilasciati, i frammenti si accumulano ovunque. Gli oceani sono i principali recettori, e il Mar Mediterraneo è stato identificato come una delle aree più inquinate al mondo. Uno studio delle Nazioni Unite ha stimato una media di oltre 63.000 microplastiche per chilometro quadrato di oceano. La situazione è così grave che, secondo le proiezioni, entro il 2050 i mari potrebbero contenere più plastica che pesci in termini di peso.
Nemmeno l’acqua in bottiglia è sicura. Una recente ricerca statunitense ha rilevato quasi 250.000 frammenti di nanoplastiche e microplastiche in un singolo litro di acqua acquistata, dimostrando come la contaminazione sia penetrata anche nella catena di approvvigionamento alimentare.
Queste particelle non si trovano solo in acqua. Sono state scoperte nell’aria, trasportate dal vento anche in luoghi remoti come le nuvole sopra il Monte Fuji, e di conseguenza nel sale da cucina e nei prodotti ittici. Gli insetti nati in acque inquinate le trasferiscono agli animali che se ne nutrono, portandole fino alla nostra tavola.
L’impatto sulla salute umana è diventato un’area di forte preoccupazione. Studi scientifici hanno confermato la presenza di microplastiche nel sangue umano, nella placenta e in organi vitali come fegato e reni. L’ingestione settimanale è stata stimata tra 0,1 e 5 grammi a persona.
Questi agenti esterni possono causare infiammazioni intestinali, stress ossidativo e problemi metabolici. Gli additivi chimici contenuti nella plastica, inoltre, hanno dimostrato di poter interferire con il sistema endocrino, minacciando la funzione ormonale e la salute riproduttiva.
Per contrastare il fenomeno, l’Unione Europea è intervenuta con misure specifiche. Con il Regolamento (UE) 2023/2055, entrato in vigore nell’ottobre 2023, la Commissione ha vietato l’aggiunta intenzionale di microplastiche in prodotti come glitter, cosmetici, detergenti, giocattoli e fertilizzanti.
La difesa più efficace, tuttavia, rimane la riduzione del consumo di plastica. È possibile contribuire scegliendo prodotti sfusi, utilizzando contenitori in vetro e sostituendo le bottiglie monouso con borracce riutilizzabili. Prestare attenzione alle etichette dei cosmetici e preferire tessuti naturali sono altre azioni concrete per limitare la diffusione di questi inquinanti.



















