Moda Italia: 1 su 5 misura l’impatto ambientale

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Moda sostenibile
Moda sostenibile

Un’analisi del Centro Studi Up2You su duecento aziende della moda italiana ha mostrato un notevole ritardo nelle pratiche di sostenibilità. Solo trentotto imprese, meno di una su cinque, misurano in modo strutturato la propria impronta di carbonio. Questo dato evidenzia come l’impegno ambientale, sebbene spesso dichiarato, non sia ancora stato pienamente integrato nei sistemi di governo industriale.

Il quadro è emerso in un contesto in cui la sostenibilità è diventata un fattore decisivo per la competitività. Creatività e forza del marchio non sono più sufficienti. Per competere, le aziende devono ora saper dimostrare, con dati verificabili, l’impatto ambientale e sociale dei loro prodotti lungo l’intera catena del valore. La pressione cresce a causa di nuove normative europee e di una concorrenza internazionale sempre più avanzata.

La ricerca ha indicato con chiarezza che la vera arena competitiva della moda italiana è oggi la filiera. Sebbene il 62% delle aziende coinvolga i propri fornitori in percorsi ESG (Environmental, Social, and Governance), spesso lo fa in modo poco strutturato, con strumenti eterogenei e difficilmente confrontabili. La raccolta di dati coerenti su emissioni, materiali e condizioni di lavoro rappresenta una delle sfide più complesse.

«La sostenibilità non è un vincolo esterno, è la nuova chiave di volta della competitività della moda italiana», ha sottolineato Alessandro Broglia, Chief Sustainability Officer e co-founder di Up2You. Il punto, ha chiarito, non è praticare la sostenibilità in modo episodico, ma costruire sistemi di misurazione credibili e replicabili lungo tutta la filiera.

Il contesto normativo europeo sta accelerando ulteriormente questa dinamica. Direttive come la Green Claims Directive e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive stanno ridisegnando le regole del gioco. L’Europa richiederà tracciabilità operativa, indicatori chiari e responsabilità estesa, rendendo la prova documentata una condizione di accesso al mercato, non un optional.

Il confronto con la concorrenza internazionale rende il quadro ancora più evidente. In diversi Paesi del Sud-Est asiatico, fornitori in India e Vietnam hanno rapidamente innalzato i propri standard ESG. Investimenti in tracciabilità digitale e certificazioni riconosciute stanno riducendo il divario competitivo basato solo sul costo. Per la moda italiana, fare affidamento solo sulla reputazione storica del “Made in Italy” non sarà più sufficiente.

Lo studio ha individuato quattro “velocità” nel settore. I “Pionieri” (35 aziende) hanno già integrato la sostenibilità in modo strutturale. I “Wannabe” (54) hanno avviato progetti concreti ma non hanno ancora standardizzato la verifica dei dati.

Il gruppo più numeroso è quello dei “Comunicatori” (74 aziende), dove la sostenibilità è centrale nella narrazione ma non sempre supportata da indicatori misurati. Questo gruppo è il più esposto ai rischi di greenwashing. Infine, gli “Emergenti” (36 aziende), spesso PMI, si trovano ancora agli inizi del percorso di raccolta dati e governance.

L’analisi ha trasmesso un messaggio chiaro: la sostenibilità è diventata un fattore strutturale di competitività industriale. Per la moda italiana, questa rappresenta una sfida impegnativa ma anche un’opportunità strategica. Il settore dovrà ora dimostrare la sua riconosciuta eccellenza con i numeri, la trasparenza e una governance solida. Chi saprà farlo potrà restare protagonista sulla scena globale.

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