NOMI E FOTO. Arrestato il genero del boss. Il bar dei colloqui nascondeva il traffico di cocaina: 5 fermi

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Arresti 4 novembre 2026 e il bar a Poggioreale
Arresti 4 novembre 2026 e il bar a Poggioreale
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NAPOLI – Un bar a pochi passi dal carcere di Poggioreale, frequentato dai familiari dei detenuti per spedire pacchi, lasciare borse e zaini prima dei colloqui e sbrigare commissioni legate alle visite in carcere. Ma dietro quel punto di riferimento per chi entrava e usciva dall’istituto penitenziario, secondo la ricostruzione degli investigatori, si nascondeva anche uno snodo di un fiorente traffico di droga. E’ il retroscena che emerge dall’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e condotta dalla Squadra mobile della Questura, che ha portato all’esecuzione di cinque misure cautelari.

Al centro delle indagini c’è Ciro Carrino, 34 anni, genero di Nicola Rullo, ritenuto boss del clan Contini e attualmente detenuto al regime del 41 bis. Un legame familiare che, secondo gli inquirenti, avrebbe permesso a Carrino di continuare a operare sul territorio e di gestire un’organizzazione dedita soprattutto alla vendita di cocaina. In manette, oltre a Carrino, sono finiti Vincenzo De Gennaro, 61 anni, il figlio Luigi, 34, Angela Montilli, 55, moglie di Vincenzo e madre di Luigi, e Ciro Montilli, 51, fratello di Angela, e quindi cognato di Vincenzo. Le contestazioni, a seconda delle singole posizioni, riguardano il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante del metodo mafioso. Il gip Simona Capasso ha firmato, per tutti, la custodia cautelare in carcere. Altri cinque indagati – Antonio Rubino, Ruben Barbato, Carmine Casaburi, Luca Cherillo e Francesco Filippini – risultano invece a piede libero.

La droga, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, non veniva venduta attraverso una piazza fissa, ma con un sistema itinerante. I clienti contattavano telefonicamente i referenti dell’organizzazione, concordavano le quantità e le modalità di acquisto e ricevevano lo stupefacente a domicilio oppure in luoghi stabiliti di volta in volta. Un’attività organizzata, con una rete di contatti e consegne che avrebbe consentito di raggiungere gli acquirenti senza concentrare le operazioni in un unico luogo. La sostanza maggiormente trattata era la cocaina, al centro di un circuito di approvvigionamento e distribuzione al dettaglio che, secondo l’accusa, faceva capo proprio a Carrino.

Ma è il ruolo del bar ‘L’Angolo della Libertà’, in via Nuova Poggioreale, a rendere particolarmente significativa la ricostruzione investigativa. Il locale, situato a pochi metri dall’ingresso del carcere, era conosciuto da numerosi familiari dei detenuti. Un punto di appoggio per chi doveva affrontare le incombenze legate ai colloqui: spedizione e pesatura dei pacchi destinati ai reclusi, deposito di borse e zaini e altri servizi pubblicizzati anche attraverso i social network. Tra le attività più richieste ci sarebbe stata anche quella legata ai telefoni cellulari, messi a disposizione per pochi euro. Un servizio dal costo contenuto, ma potenzialmente molto redditizio grazie al numero di persone che ogni settimana si recavano nella zona, soprattutto il mercoledì, giorno di particolare affluenza per i colloqui.

Il locale, tuttavia, non sarebbe stato autorizzato a svolgere attività commerciali: l’immobile risultava infatti adibito a uso abitativo. Per questa ragione, nell’ambito di un distinto intervento dei carabinieri della Compagnia di Poggioreale, l’attività è stata chiusa e sanzionata per oltre settemila euro, nello scorso agosto. Una vicenda amministrativa che si intreccia con il quadro più ampio emerso dalle indagini sul traffico di stupefacenti. Gli accertamenti investigativi, infatti, avrebbero individuato proprio in quel punto un collegamento tra i servizi rivolti ai familiari dei detenuti e il circuito criminale ricostruito dagli inquirenti.

L’attenzione sul bar non nasce da un controllo occasionale. Già nel 2019, le informazioni raccolte dagli investigatori avevano spinto a verificare l’ipotesi che il locale potesse essere utilizzato come strumento per agevolare l’ingresso di stupefacenti e altri beni vietati all’interno del carcere di Poggioreale, anche attraverso la possibile complicità di dipendenti dell’istituto. Il 4 marzo 2019 venne autorizzata un’attività di intercettazione; dal 12 marzo successivo furono avviate anche operazioni di captazione audio e video all’interno del locale. Gli elementi raccolti nel tempo avrebbero consentito di delineare il ruolo di Carrino, formalmente dipendente del servizio di spedizione pacchi e corrispondenza collegato al bar, ma ritenuto dagli investigatori il gestore di fatto di quell’attività.

La rete di rapporti ricostruita dagli inquirenti avrebbe avuto un’estensione ben più ampia del singolo esercizio commerciale. Nelle indagini è emerso anche il collegamento con una ditta che si occupava dell’inoltro di pacchi e corrispondenza verso gli istituti penitenziari di Poggioreale e Secondigliano e del recapito a domicilio della posta inviata dai detenuti ai destinatari esterni. Un intreccio tra servizi formalmente destinati a rispondere alle esigenze dei familiari e dei reclusi e circuiti che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero stati utilizzati per agevolare attività illecite.

Le intercettazioni e gli altri accertamenti avrebbero inoltre fatto emergere il rapporto tra Carrino e il suocero Nicola Rullo. Quest’ultimo, indicato come esponente del clan Contini, è estraneo al procedimento sul traffico di droga, ma gli investigatori ritengono che il genero avrebbe continuato a operare nell’ambito degli interessi riconducibili al gruppo criminale anche durante la detenzione del familiare. Secondo la ricostruzione accusatoria, Carrino avrebbe versato un contributo stabile al clan, una sorta di tassa necessaria per poter gestire l’attività illecita e operare nella zona sottoposta all’influenza del gruppo.

Le indagini avrebbero documentato anche il rifornimento di stupefacenti attraverso il cosiddetto ‘sistema’ e le piazze di spaccio dell’Arenaccia, indicate come controllate dal clan Contini. E’ questo uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta: la presunta capacità di mantenere in funzione un’attività di spaccio attraverso una rete di consegne e contatti, mentre sullo sfondo si muovevano interessi e rapporti con ambienti della criminalità organizzata.

Il bar di Poggioreale, con il suo continuo passaggio di persone e i servizi pubblicizzati per i familiari dei detenuti, sarebbe stato uno dei punti di riferimento di questo sistema. Un luogo apparentemente ordinario, diventato nel corso degli accertamenti un tassello importante per ricostruire i collegamenti tra il territorio, il carcere e il traffico di stupefacenti. Le responsabilità dei singoli indagati – da ritenere innocenti fino a eventuale sentenza definitiva – dovranno ora essere accertate nelle sedi giudiziarie.

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