Paolo Cannavaro ha ripercorso la sua carriera, una storia di identità e sogni realizzati all’ombra di un fratello Pallone d’Oro. Fin da bambino, quando faceva il raccattapalle al San Paolo mentre Fabio esordiva in Serie A, non ha mai vissuto quel cognome come un peso, ma come uno stimolo per costruire un percorso autonomo, culminato con la realizzazione del suo più grande desiderio: diventare capitano del Napoli.
“È stato più un esempio che un peso. La mia vittoria più grande è stata impormi come Paolo nella mia città, il posto più difficile dove farlo”, ha dichiarato l’ex difensore. Quel legame non gli ha impedito di “rubare” un sogno al fratello: indossare la fascia che Fabio non ha mai portato. Un onore e un privilegio che Cannavaro ha rivendicato con orgoglio, pur senza voler paragonare questo traguardo al Mondiale e al Pallone d’Oro vinti da Fabio.
La sua storia con il Napoli ha vissuto una tappa fondamentale nel 2006, quando ha scelto di tornare a casa accettando l’offerta del club allora in Serie B. “Risposi sì senza sapere la durata del contratto e l’ingaggio”, ha ricordato, convinto che quella squadra avrebbe segnato la rinascita del calcio partenopeo. Sotto la guida di Walter Mazzarri, ha vissuto anni da protagonista, sentendo esaltate le sue qualità di difensore capace di impostare il gioco.
Tuttavia, il rapporto con la sua città non è stato sempre facile. Cannavaro ha raccontato di aver vissuto momenti difficili, come quando è diventato il bersaglio dei fischi dello stadio durante una partita contro il Torino. Un episodio che lo ha ferito, ma dal quale non si è lasciato sconfiggere, rifiutando l’idea di lasciare Napoli da vinto. “Stavano colpendo uno di loro”, ha spiegato, ricordando la sua reazione in campo per difendere il suo legame con la maglia.
L’addio si è concretizzato in seguito, un passaggio che ha definito “necessario” ma doloroso. L’arrivo di nuovi allenatori e la strategia del club, orientata verso l’acquisto di grandi nomi internazionali, lo hanno messo ai margini. “Da giocatore la presi male. A Napoli mi sentivo come se stessi per finire la carriera, invece avevo ancora il fuoco dentro”, ha ammesso. La società non ha fatto nulla per trattenerlo e lui ha continuato a giocare per altri cinque anni.
Tra i ricordi più leggeri, ha svelato un aneddoto scaramantico. Ogni primo dell’anno era solito portare dei petardi al campo di allenamento come rito scaccia-malocchio. “Un anno, le cose andavano particolarmente bene, allora pensai di piazzare un petardo nelle docce: venne fuori un boato pazzesco”, ha raccontato divertito. Lo spavento dello staff tecnico, tra cui Mazzarri, fu seguito da grandi risate e da una stagione di successi.
Oggi Paolo Cannavaro prosegue la sua carriera da allenatore, attualmente al fianco del fratello nella nazionale uzbeka, ma non nasconde l’ambizione di guidare una squadra in proprio. Un nuovo capitolo di una vita nel calcio, vissuta con la stessa determinazione che lo ha portato da raccattapalle a capitano della sua squadra del cuore.







