Pianura Padana: la responsabilità ecologica delle imprese

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Responsabilità ecologica
Responsabilità ecologica

Il capitale, anche secondo una rilettura moderna delle voci più autorevoli del pensiero etico, non va demonizzato. La ricchezza prodotta in un territorio come la Pianura Padana non è un male in sé. Il vero problema, come spiegava già Sant’Agostino in un altro contesto, non è il benessere economico, ma l’attaccamento a un modello di sfruttamento, ovvero l’uso superbo e cieco che rischiamo di fare delle risorse naturali.

La capacità produttiva, per chi la possiede, anche in grande quantità, non è né un bene né un male. Perché criticare a priori chi ha costruito il proprio successo su lavoro, innovazione e coraggio? La colpa non risiede nella produzione di valore, ma nell’identificare questo valore con un’ingiustizia ambientale. Non c’è motivo di nascondere la crescita economica, ma conta l’attaccamento a un profitto fine a sé stesso, la cupidigia compulsiva dello sfruttamento.

Questa sete di sfruttamento delle risorse rende le aziende schiave del breve termine, mentre una vera ricchezza sostenibile le renderebbe libere, garantendo autonomia di pensiero e strategica. Da qui nasce l’illusione di possedere il mercato, mentre si è posseduti da un ciclo distruttivo che ipoteca il futuro.

Un sistema economico posseduto da questa logica induce all’isolamento e all’incapacità di condividere i costi della transizione ecologica. Qui risiede la radice della superbia collegata a un uso distorto della potenza industriale. Le imprese che non sanno investire nel benessere collettivo sono riconoscibili: mancano di agilità e sono gonfie di diffidenza verso il cambiamento, il loro orizzonte strategico è limitato, la visione non riesce a sollevarsi oltre il prossimo bilancio trimestrale.

Il potere economico non garantisce di per sé né sostenibilità né condotta virtuosa.

Certo, una solida posizione finanziaria aiuta a garantire gli investimenti necessari per un equilibrio ambientale, che dovrebbe tradursi nel coltivare virtù come la sobrietà operativa e l’efficienza. Se non c’è motivo per nascondere un successo ottenuto onestamente, non c’è neanche alcun motivo per esibirlo con sprechi e inquinamento pacchiano, ignorando le esternalità negative.

Il problema non è mai il capitale, ma l’ossessione per il profitto a ogni costo, che ci chiude in un “Io” aziendale e ci separa dal “Noi” della comunità e dell’ecosistema. Questo approccio ci allontana dalla ricerca di giustizia climatica e dalla libertà di innovare per un futuro migliore.

Chi detiene maggiore potere economico e industriale ha anche il dovere di sentirsi più responsabile per l’impatto generato. Questa responsabilità si misura attraverso l’uso che si fa del capitale e l’attenzione che, da attore economico dominante, si riesce ad avere per l’ambiente e per le comunità che non hanno avuto le stesse opportunità e subiscono le conseguenze peggiori del degrado ecologico.

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