Pianura Padana: meno riso per ridurre le emissioni

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Agricoltura sostenibile
Agricoltura sostenibile

È stato avviato un innovativo progetto di riconversione agricola nel cuore della Pianura Padana, storicamente vocata alla risicoltura. L’iniziativa, supportata da fondi regionali e comunitari, mira a sostituire una parte delle tradizionali risaie con coltivazioni a basso impatto ambientale, come ceci e quinoa. L’obiettivo primario è una drastica riduzione delle emissioni di gas serra legate al settore.

La coltivazione del riso, in particolare con la tecnica della sommersione dei campi, è una delle principali fonti antropiche di metano (CH4), un gas con un potenziale climalterante oltre 25 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. Le condizioni anaerobiche delle risaie allagate favoriscono l’attività di microrganismi metanogeni, che liberano ingenti quantità di questo potente gas serra in atmosfera. In Italia, dove la Pianura Padana rappresenta il fulcro della produzione risicola europea, questo impatto è particolarmente significativo.

La transizione proposta si basa sull’introduzione di colture alternative con un profilo ecologico virtuoso. I ceci, in quanto legumi, hanno la capacità di fissare l’azoto atmosferico nel suolo grazie a una simbiosi con batteri radicali. Questo processo naturale arricchisce il terreno di nutrienti, riducendo la dipendenza dai fertilizzanti chimici di sintesi, la cui produzione è altamente energivora.

La quinoa, uno pseudocereale originario delle Ande, si è dimostrata una pianta resiliente e con ridotte esigenze idriche rispetto al riso, adattandosi bene a diverse condizioni pedoclimatiche. La sua introduzione favorirà non solo un risparmio d’acqua, risorsa sempre più preziosa, ma anche una maggiore diversificazione colturale, fondamentale per la resilienza degli agrosistemi.

Il programma pilota, che coinvolgerà inizialmente circa 50 aziende agricole tra Lombardia e Piemonte, prevede un percorso di affiancamento tecnico e incentivi economici per gli agricoltori che aderiranno. Istituti di ricerca agraria monitoreranno costantemente i risultati in termini di emissioni, salute del suolo e resa dei nuovi raccolti. Si stima di riconvertire circa 2.000 ettari nei prossimi tre anni, con un abbattimento atteso delle emissioni di metano del 40% nelle aree interessate.

I benefici attesi vanno oltre l’aspetto puramente ambientale. La diversificazione produttiva aprirà agli agricoltori nuovi sbocchi di mercato, intercettando la crescente domanda dei consumatori per proteine vegetali e cibi a basso impatto. Tuttavia, la transizione richiederà investimenti iniziali in macchinari specifici e formazione per acquisire le competenze necessarie alla gestione delle nuove specie.

Questo progetto rappresenta un passo concreto verso un’agricoltura più sostenibile e in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo. Se i risultati confermeranno le aspettative, il modello potrà essere esteso ad altre aree, dimostrando che è possibile conciliare produttività, redditività e tutela del clima.

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