VILLA LITERNO – L’assoluzione penale non basta a restituire il patrimonio. La Corte d’appello di Napoli ha respinto i ricorsi e confermato la confisca dei beni riconducibili all’imprenditore di Ailano, Giovanni Malinconico, disposta dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nel 2023. Restano sotto sigillo la Giovanni Malinconico Spa e le partecipazioni nelle società Villa Literno 2008, Capua Nord 2009 e Fiume Volturno, il 50% della Destra Volturno e il 98% dell’Aquae Neapolis, formalmente intestato a Tatyana Belova. Confermata anche la confisca di una Dodge Viper Cabriolet e di un motociclo.
Al centro della decisione c’è il rapporto che, secondo i giudici della prevenzione, avrebbe legato l’imprenditore alla fazione di Antonio Iovine del clan dei Casalesi. La difesa, rappresentata dai legali Giuseppe Stellato e Vincenzo Maiello, aveva contestato l’attendibilità dei collaboratori, l’assenza di riscontri sulle interferenze negli appalti e la ricostruzione patrimoniale, richiamando l’assoluzione del 2022. Malinconico era stato coinvolto nel 2011 nell’inchiesta della Dda sugli appalti di Villa Literno, insieme all’ex sindaco Enrico Fabozzi (poi assolto). Condannato a sei anni in primo grado e a quattro anni e cinque mesi in appello, era stato assolto dopo il passaggio in Cassazione e un nuovo giudizio di secondo grado. Gli avvocati Giuseppe Stellato ed Ernesto De Angelis avevano sostenuto la sua posizione di vittima dei clan.
La Corte distingue però i due piani. La sentenza assolutoria, scrivono i giudici, “non contiene una smentita del nucleo storico-relazionale” dei rapporti con il clan. Nel processo penale non erano state provate, con il rigore necessario per una condanna, le concrete modalità di alterazione della gara. Per la Corte, dunque, il punto decisivo era l’insufficienza della prova sulla turbativa d’asta, non l’inesistenza della relazione con Iovine.
È su quella relazione che si concentra il decreto. Iovine aveva descritto una protezione capace di garantire all’impresa cantieri senza blocchi o interferenze degli affiliati. Aveva inoltre riferito di un accordo che prevedeva il 2% dei lavori alla struttura camorristica e un ulteriore 5% a lui, come partecipazione all’affare. Nicola Schiavone ed Emilio Di Caterino, secondo la Corte, confermano la vicinanza di Malinconico e della sua attività imprenditoriale alla fazione Iovine. Una lettura che porta i giudici a respingere la tesi dell’imprenditore vittima soltanto di estorsioni.
L’altro pilastro della confisca è la sproporzione patrimoniale. Il decreto indica il 2005: a fronte di 2.278 euro di reddito dichiarato, Malinconico sostenne uscite per quasi 289 mila euro, compresi 168 mila euro per un fondo rustico e 98 mila per la Dodge. La successiva vendita del terreno alla propria società, per oltre due milioni, non dimostrerebbe la provenienza lecita delle risorse: per i giudici è un trasferimento interno allo stesso circuito.
La Corte ritiene così il patrimonio formato e consolidato nel periodo della pericolosità qualificata e nell’ambito di un’attività imprenditoriale stabilmente permeata dal rapporto con il clan. Da qui la conferma della confisca, anche per i beni intestati a terzi.
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