Il decreto-legge “Transizione 5.0” ha completato il suo percorso parlamentare, diventando legge dello Stato. Il provvedimento introduce un’importante stretta sulla realizzazione di impianti da fonti energetiche rinnovabili, modificando in modo sostanziale la disciplina delle cosiddette “aree idonee”. L’approvazione definitiva è avvenuta con il voto di fiducia alla Camera, blindando il testo già licenziato dal Senato.
La novità principale consiste nella ridefinizione delle aree considerate idonee per legge (“ope legis”) all’installazione di impianti. La lista si è ridotta: restano automaticamente idonei solo i siti già compromessi, come aree oggetto di bonifica, cave e miniere abbandonate, discariche e beni del demanio. Sono incluse anche le zone a destinazione infrastrutturale, come le vie di trasporto.
Per il fotovoltaico, le nuove norme aggiungono le aree interne a poli industriali e quelle adiacenti alla rete autostradale, ma con condizioni più restrittive rispetto al passato. È stato inoltre confermato il divieto generale di installare nuovi impianti fotovoltaici con moduli a terra su terreni classificati come agricoli.
L’unica eccezione al divieto riguarda l’agrivoltaico, che viene definito per la prima volta nel Testo Unico sulle rinnovabili. I progetti dovranno però rispettare requisiti molto rigidi: i pannelli dovranno essere “adeguatamente sollevati” dal suolo per non compromettere l’attività sottostante. Sarà inoltre necessaria un’asseverazione tecnica che garantisca il mantenimento di almeno l’80% della produzione agricola precedente, con controlli affidati ai Comuni.
Una clausola di salvaguardia, inserita durante l’esame parlamentare, protegge gli investimenti già avviati. Le nuove e più stringenti regole non si applicheranno ai procedimenti autorizzativi già in corso prima del 22 novembre 2025, a condizione che la documentazione presentata fosse completa. Per questi progetti, continuerà a valere la normativa precedente.
Questo orientamento legislativo è in linea con recenti sentenze del Consiglio di Stato, che hanno ribadito come le norme a favore delle rinnovabili non possano ignorare la pianificazione urbanistica locale. In due casi distinti, in Campania e a Montecalvo Irpino, i giudici hanno confermato lo stop a nuovi impianti di biometano in zone agricole, perché i progetti superavano ampiamente i limiti edificatori previsti dai piani comunali.
A livello locale, alcune amministrazioni si muovono nella stessa direzione. La Regione Piemonte, ad esempio, ha avviato il percorso per individuare le proprie “zone di accelerazione”, privilegiando poli industriali e siti contaminati da bonificare per ridurre l’impatto su suolo naturale. Questo approccio si inserisce nel più ampio quadro europeo delineato dal Net-Zero Industry Act, che incentiva la produzione di tecnologie pulite sostenibili e resilienti, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori extra-UE.




















