Roma: la tecnologia per gli alberi è in mano privata

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Dati pubblici
Dati pubblici

Nel dibattito sulle città intelligenti, il verde urbano viene spesso trascurato, ma in una metropoli come Roma gli alberi rappresentano vere e proprie infrastrutture ambientali. Questi elementi naturali sono fondamentali per mitigare le isole di calore, assorbire CO2, gestire le acque piovane e migliorare la qualità dell’aria. In piena crisi climatica, la loro cura non è una questione estetica, ma una necessità strategica.

La tecnologia offre strumenti avanzati per questa sfida. Sistemi basati sull’Internet delle Cose (IoT) permettono di monitorare in tempo reale lo stato di salute delle piante tramite sensori su tronchi e nel suolo. Questi dispositivi misurano parametri vitali come umidità, stabilità e condizioni del terreno, fornendo agli agronomi dati essenziali per interventi preventivi e mirati, così da ridurre abbattimenti non necessari e crolli improvvisi.

Un’evoluzione di questo approccio è il “gemello digitale”, una rappresentazione virtuale del patrimonio arboreo. Alimentato dai dati dei sensori, questo modello consente di simulare scenari futuri, prevedere criticità e pianificare la manutenzione in modo scientifico. Il gemello digitale trasforma il verde da problema emergenziale a risorsa gestita con intelligenza ecologica.

Tuttavia, a Roma il divario tra potenziale tecnologico e applicazione politica è evidente. È stato avviato un progetto di monitoraggio, ma dei circa trecentomila alberi pubblici, solo ottantatremila sono stati dotati di sensori. Si tratta di meno di un terzo del totale, un campione insufficiente a fornire una visione d’insieme e a prevenire efficacemente i rischi.

Il problema principale, però, risiede nella gestione. Il Comune ha scelto di affidare il servizio a soggetti privati, rinunciando al controllo diretto su un bene comune cruciale. Questa decisione ha trasformato una tecnologia potenzialmente emancipatrice in uno strumento opaco, che non genera fiducia né partecipazione. I dati, invece di essere un ponte verso la trasparenza, sono diventati una barriera tra amministrazione e cittadini.

I residenti assistono a potature drastiche e crolli senza poter accedere alle informazioni che li giustificano. Questo approccio riflette una visione distorta di “smart city”, in cui la tecnologia è un prodotto da acquistare e non un’infrastruttura pubblica per la pianificazione a lungo termine.

Un’alternativa realmente ecologista dovrebbe partire da un presupposto diverso: il verde urbano è un bene comune, e i dati che lo descrivono devono esserlo altrettanto. Un sistema di monitoraggio efficace dovrebbe essere gestito direttamente dall’ente pubblico, basato su software open source e alimentato da sensori a basso costo. Le università potrebbero analizzare le informazioni, mentre i cittadini potrebbero esercitare un controllo civico informato.

Una piattaforma pubblica e accessibile potrebbe mostrare lo stato di salute degli alberi nei quartieri e spiegare le ragioni degli interventi. Potrebbe anche consentire ai cittadini di segnalare criticità come rami pericolanti o piante sofferenti. Queste segnalazioni, incrociate con i dati strumentali, renderebbero gli interventi più rapidi e precisi, trasformando la tecnologia in uno strumento di collaborazione.

Roma possiede tutte le risorse per diventare un laboratorio di gestione ecologica avanzata. Ciò che è mancato finora non è la tecnologia, ma la volontà politica di sottrarla alla logica della privatizzazione per restituirla alla collettività. Finché gli alberi e i relativi dati saranno trattati come servizi da esternalizzare, ogni progetto di città intelligente resterà incompleto.

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