Una telefonata, la voce di un presunto medico dall’altra parte della cornetta e informazioni sanitarie che soltanto un professionista avrebbe dovuto conoscere. Poi la diagnosi, gli accertamenti da ripetere e un presunto percorso per “velocizzare l’iter medico” che, secondo l’accusa, avrebbe avuto in realtà un obiettivo completamente diverso. E’ questo il quadro al centro dell’inchiesta che ha portato a processo Salvatore Sisto Urgo, originario di Torre Annunziata e residente in provincia di Matera, accusato di essersi finto ginecologo per adescare donne.
Il gup del Tribunale di Lecce, Luca Scuzzarella, ha disposto il rinvio a giudizio dell’uomo, che dovrà affrontare il processo con rito ordinario. Le contestazioni sono pesanti: tentata violenza sessuale, acquisizione fraudolenta di dati personali e usurpazione di funzioni pubbliche. Urgo, attualmente detenuto, dovrà rispondere di quanto ricostruito dagli investigatori davanti ai giudici del dibattimento.
Le indagini erano partite dalla denuncia di una studentessa di 24 anni di Lecce. Da quel primo racconto gli investigatori avrebbero ricostruito una vicenda molto più ampia, arrivando a individuare diciotto donne, tra i 20 e i 40 anni, che secondo l’accusa sarebbero state contattate tra luglio e ottobre del 2021. Sedici di loro risiedevano nel Salento.
Il meccanismo ipotizzato dagli inquirenti sarebbe stato particolarmente insidioso perché fondato sulla conoscenza di dati sanitari reali. Urgo, secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe entrato in possesso degli esami clinici delle vittime, con modalità che gli investigatori ritengono riconducibili anche a possibili tecniche informatiche. Successivamente avrebbe utilizzato quelle informazioni per contattarle telefonicamente, presentandosi come un medico del laboratorio o della struttura sanitaria nella quale le donne avevano realmente effettuato gli accertamenti.
La conoscenza di dati personali e sanitari avrebbe quindi rappresentato, secondo l’accusa, la chiave per rendere credibile il falso professionista. Durante le telefonate avrebbe comunicato anche diagnosi che, secondo la Procura, erano false, prospettando la necessità di ulteriori accertamenti. Ma il presunto percorso medico avrebbe presto assunto connotazioni completamente diverse.
Alle donne sarebbe stato infatti prospettato un modo per “velocizzare l’iter medico” che, sempre secondo l’accusa, prevedeva atti di autoerotismo davanti alla webcam, l’invio di fotografie delle parti intime e la condivisione di informazioni relative alla propria vita sessuale. Un espediente che avrebbe fatto leva sulla convinzione delle vittime di trovarsi davanti a un autentico professionista sanitario.
Il procedimento è arrivato ora alla fase del processo. Il gup Scuzzarella ha respinto la richiesta della difesa di procedere con il rito abbreviato condizionato a una perizia sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato. La vicenda sarà dunque esaminata nel corso del dibattimento, dove dovranno essere valutati gli elementi raccolti durante le indagini e la ricostruzione accusatoria.
A sostenere l’accusa è il pubblico ministero Luigi Mastroniani, titolare dell’inchiesta. Diverse persone offese hanno annunciato la volontà di costituirsi parte civile nel processo, assistite, tra gli altri, dagli avvocati Giacinto Mastroleo, Mauro Toma, Rosalba Pindinello e Antonella Corvaglia.
Per Urgo, come per ogni imputato, vale la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva. Sarà il processo a stabilire se le accuse contestate trovino conferma e a ricostruire in maniera definitiva quanto accaduto nei tre mesi finiti al centro dell’inchiesta.












