L’integrazione di più tecnologie rinnovabili su un’unica piattaforma in mare può aumentare la produzione elettrica fino al 70%, abbattendo i costi e migliorando la stabilità delle strutture galleggianti. È quanto è emerso da una revisione scientifica pubblicata su *Energy Conversion and Management* e analizzata dall’Università del Surrey, in Inghilterra.
L’idea è quella di sfruttare meglio lo spazio marino, oggi occupato solo in minima parte dalle singole turbine eoliche. Combinando diverse fonti, si può generare potenza in modo più continuo e affidabile durante l’arco della giornata.
Lo studio ha esaminato i cosiddetti sistemi ibridi di raccolta di energia rinnovabile offshore (HOREHS), che uniscono più fonti su una sola struttura. Le configurazioni più mature sono quelle che integrano eolico e moto ondoso, già in fase dimostrativa. Secondo i dati, l’aggiunta di turbine mareomotrici a un impianto eolico può incrementare l’output energetico fino al 70%. Il principio si basa sulla complementarità delle risorse: il vento è forte in alcuni momenti, le onde in altri, mentre le maree seguono cicli prevedibili.
Un parco eolico offshore occupa vaste aree marine, ma le strutture fisiche coprono meno dell’1% della superficie totale. Il resto dello spazio rimane inutilizzato per ragioni di sicurezza e per evitare interferenze aerodinamiche. Integrare convertitori di energia dalle onde, turbine mareomotrici o pannelli solari galleggianti permette di massimizzare la resa per unità di area, riducendo l’impatto complessivo sugli ecosistemi marini.
Un altro aspetto cruciale è il miglioramento della stabilità meccanica. Simulazioni numeriche e test fisici hanno confermato che l’aggiunta di dispositivi per l’energia delle onde non compromette l’equilibrio delle turbine eoliche galleggianti. Anzi, può ridurre il moto indesiderato della piattaforma fino al 15%, diminuendo le sollecitazioni sulle fondazioni e prolungandone la vita utile. Rimangono tuttavia aperti interrogativi sulla resistenza a lungo termine in condizioni estreme.
L’obiettivo principale di questa integrazione è la riduzione del costo livellato dell’energia (LCOE). La condivisione di fondazioni, cavi elettrici e operazioni di manutenzione genera significative economie di scala. Gli studi analizzati indicano una diminuzione del costo dell’elettricità tra il 10% e il 15% rispetto a un parco eolico tradizionale. Come ha affermato Yukun Ma, co-autore della ricerca, “queste riduzioni potrebbero tradursi in bollette più basse per i consumatori”.
Nonostante i vantaggi, esistono ancora diverse sfide. La ricerca ha evidenziato la mancanza di una classificazione sistematica delle configurazioni e di metodi di progettazione validati in ambiente operativo. La durabilità delle strutture, sottoposte a carichi ciclici per decenni, necessita di ulteriori progetti dimostrativi con monitoraggio a lungo termine. Il successo dipenderà anche da politiche di supporto e incentivi finanziari.
Questi impianti potrebbero giocare un ruolo fondamentale nel raggiungimento degli obiettivi climatici, come quello dell’Unione Europea di raggiungere una quota di rinnovabili del 42,5% entro il 2030. Pur non essendo ancora pronti per una diffusione su larga scala, i sistemi ibridi rappresentano una direzione strategica per rendere l’energia dal mare più efficiente e competitiva.



















