L’inquinamento generato dai veicoli non proviene solo dai gas di scarico. Una quota crescente di particolato è causata dalle cosiddette emissioni “non-esauste”, prodotte dall’abrasione puramente meccanica di componenti come pneumatici e freni. Questo tipo di inquinanti deriva dallo sfregamento delle gomme sull’asfalto, dall’usura del manto stradale e dal consumo delle pastiglie dei freni.
A differenza delle emissioni da combustione, regolate da normative sempre più stringenti e destinate a un drastico taglio entro il 2035 in Europa, le particelle da abrasione riguardano tutti i veicoli, inclusi quelli elettrici. Anzi, le auto a batteria, a causa del loro peso maggiore, possono accelerare il processo di usura di questi componenti, contribuendo in modo significativo al problema.
Un recente studio internazionale ha analizzato la dispersione di questi inquinanti. La ricerca, condotta da un team di scienziati dell’Università di Siena, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e della Trent University in Canada, si è concentrata su un’area specifica: i 150 metri adiacenti alla Highway 401 di Toronto, l’autostrada più trafficata del Nord America.
Per misurare l’impatto del traffico, i ricercatori hanno utilizzato una tecnica di biomonitoraggio basata sui trapianti lichenici. Questo metodo consiste nel posizionare dei licheni, organismi molto sensibili alla qualità dell’aria, a distanze crescenti dal bordo della carreggiata. In aree ad alto inquinamento dove i licheni non riescono a crescere spontaneamente, la loro reazione dopo il trapianto fornisce una misura precisa del livello e della tipologia di contaminanti presenti.
I risultati hanno confermato che le microplastiche rilasciate dagli pneumatici non si disperdono in modo uniforme nell’atmosfera. La loro concentrazione è crollata drasticamente a pochi metri di distanza dalla strada. Questo accade perché la maggior parte dei frammenti di gomma è relativamente pesante e ricade a terra nelle immediate vicinanze, creando una fascia di inquinamento molto concentrata a ridosso della carreggiata.
Anche per i metalli pesanti, provenienti principalmente dall’usura delle pastiglie dei freni, è stato osservato un fenomeno simile. Lo studio ha rilevato che a soli 35 metri dall’autostrada, la quantità di elementi come rame, ferro e bario accumulata nei licheni si è ridotta del 70%. Ciò significa che la zona a massimo rischio per l’inalazione di queste sostanze e per la contaminazione del suolo è estremamente stretta e localizzata vicino all’infrastruttura.
Un dato cruciale emerso dalla ricerca è la stretta correlazione tra i due tipi di inquinanti. I dati hanno mostrato che dove c’è un’alta concentrazione di microplastiche, si registra anche un’elevata presenza di particolato metallico. Questa coincidenza conferma che la fonte è la medesima, ovvero il trasporto su gomma. Ogni volta che un veicolo frena o affronta una curva, rilascia simultaneamente entrambe le tipologie di particelle.
Questi risultati assumono un’importanza ancora maggiore alla luce della futura normativa Euro 7. Per la prima volta, una legislazione europea includerà limiti specifici anche per le emissioni da attrito. “Le nuove disposizioni Euro 7 rappresentano una svolta”, ha commentato Aldo Winkler, responsabile del laboratorio di paleomagnetismo dell’INGV. “Questo studio introduce l’applicazione di metodologie magnetiche alle microplastiche degli pneumatici, espandendo l’approccio che già dimostrò il ruolo dei freni nella diffusione di particolato metallico in ambito urbano”.


















