Il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) di Milano ha posto fine ai tentativi della Regione Lombardia di autorizzare la caccia a specie protette. Con la sentenza n. 00976/2026, i giudici amministrativi hanno accolto integralmente il ricorso presentato da un compatto fronte di associazioni ambientaliste, annullando i provvedimenti che permettevano il prelievo in deroga di storni (Sturnus vulgaris) e fringuelli (Fringilla coelebs) per la stagione venatoria 2025/26.
La decisione del TAR ha ribadito un principio cardine della normativa europea e nazionale: la caccia a specie faunistiche protette, consentita dalla “Direttiva Uccelli”, non può diventare una prassi annuale. La deroga è, per sua natura, uno strumento eccezionale, da applicare solo in assenza di altre soluzioni valide e a patto di dimostrare con dati scientifici rigorosi che il prelievo riguarda “piccole quantità” di individui, senza compromettere lo stato di conservazione della specie.
Nel dettaglio, il tribunale ha censurato l’operato della Regione Lombardia per non aver fornito prove sufficienti a giustificare una misura così impattante. Le delibere regionali sono state giudicate carenti nella documentazione richiesta, trasformando un’autorizzazione straordinaria in un’abitudine amministrativa, in palese contrasto con le finalità di tutela imposte dall’Unione Europea. La sentenza rappresenta una vittoria legale significativa per le associazioni ENPA, LAC, LAV, LIPU, LNDC Animal Protection e WWF Italia, rappresentate in giudizio dallo Studio legale Linzola.
Questa pronuncia non è un caso isolato. Le associazioni hanno denunciato un preoccupante schema in atto, con diverse Regioni italiane che tentano sistematicamente di forzare la legge per accontentare una parte del mondo venatorio. Questo comportamento, oltre a causare la morte di migliaia di animali protetti, crea un grave cortocircuito istituzionale. Ignorare le sentenze dei tribunali e le direttive comunitarie espone l’Italia al rischio concreto di nuove e costose procedure d’infrazione da parte della Commissione Europea.
Le sanzioni europee, qualora attivate, non colpirebbero i singoli amministratori responsabili delle delibere illegittime, ma ricadrebbero sull’intera collettività. Si tratterebbe di multe milionarie pagate con i soldi dei contribuenti italiani, un prezzo altissimo per decisioni politiche che ignorano deliberatamente il diritto e la scienza. La battaglia legale, quindi, non riguarda solo la tutela della fauna, ma anche il corretto uso delle risorse pubbliche e il rispetto dello stato di diritto.
Forti di questa vittoria, le organizzazioni hanno inviato una diffida formale non solo alla Regione Lombardia, ma a tutte le amministrazioni regionali tentate dal riproporre provvedimenti “fotocopia” per la prossima stagione venatoria. Il messaggio è inequivocabile: non saranno tollerati ulteriori tentativi di aggirare la legge. La fauna selvatica, hanno concluso le associazioni, è un patrimonio indisponibile dello Stato, un bene comune da proteggere e non una merce di scambio per ottenere consenso politico. Il futuro della biodiversità dipenderà dal rispetto di queste regole.



















