Trattato alto mare: l’Italia non ha ancora ratificato

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Tutela oceani
Tutela oceani

È entrato in vigore il Trattato sull’alto mare, un accordo giuridicamente vincolante per la gestione delle aree oceaniche al di fuori delle giurisdizioni nazionali. Questo storico patto, noto formalmente come BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), fornirà un quadro normativo comune per quasi la metà della superficie terrestre e il 95% del volume oceanico, l’habitat più esteso del pianeta.

L’entrata in vigore è stata resa possibile dal raggiungimento di oltre 80 ratifiche da parte degli Stati firmatari. L’accordo rappresenta un passo fondamentale verso l’obiettivo globale, concordato nel Quadro per la biodiversità, di proteggere il 30% dell’oceano entro il 2030. Attualmente, la percentuale di alto mare protetto supera a malapena l’1%.

Nonostante l’Italia sia stata parte della coalizione di Paesi che ne hanno promosso una rapida implementazione, non ha ancora perfezionato la ratifica del testo. Diverse associazioni ambientaliste, tra cui WWF Italia, Greenpeace e Marevivo, hanno espresso la loro preoccupazione in una lettera inviata al governo. Il ritardo, avvertono, rischia di compromettere la credibilità internazionale del Paese e di indebolirne il ruolo nelle politiche globali di tutela ambientale.

Il trattato è uno strumento cruciale per affrontare in modo coordinato minacce come la pesca non regolamentata, l’inquinamento, il trasporto marittimo e i rischi legati all’estrazione mineraria dai fondali profondi. Consentirà l’istituzione di aree marine protette su scala globale, concordate a livello internazionale.

L’accordo rafforza inoltre gli obblighi di valutazione di impatto ambientale per tutte le attività umane in acque internazionali. Promuove la trasparenza e la cooperazione scientifica, e stabilisce un meccanismo per una ripartizione equa dei benefici derivanti dallo sfruttamento delle risorse genetiche marine, come organismi scoperti in acque profonde con potenziali applicazioni farmaceutiche o industriali.

Sul piano internazionale, la Cina, la Germania e la Francia figurano tra le grandi economie che hanno già ratificato l’accordo. Altri attori importanti sono invece in ritardo: gli Stati Uniti lo hanno firmato ma non ancora ratificato, e un’approvazione in tempi brevi appare improbabile. Anche il Regno Unito è in una fase di stallo parlamentare, mentre la Russia ha scelto di non aderire.

L’Unione Europea ha assunto un ruolo di primo piano, partecipando attivamente alle discussioni preparatorie per la prima Conferenza delle Parti (COP). Bruxelles ha inoltre stanziato 40 milioni di euro per il Programma Globale per gli Oceani, un fondo destinato a sostenere i Paesi in via di sviluppo nell’attuazione del trattato.

L’accordo presenta tuttavia alcuni limiti. Si inserisce in un panorama giuridico frammentato e non risolve alcune ambiguità, come una definizione precisa di “biodiversità”. Secondo alcuni analisti, l’attenzione sulle risorse genetiche marine rischia di privilegiare una logica commerciale ed estrattiva, a scapito di un approccio più sistemico ed ecologico.

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