L’idea di una guerra combattuta per il controllo delle risorse naturali sembrava superata, ma il caso del Venezuela ha riportato questa dinamica al centro della politica statunitense. La retorica ufficiale parla di “minaccia”, ma nasconde un chiaro interesse per le immense riserve di petrolio del paese sudamericano.
Questa logica ricalca la “diplomazia delle cannoniere” del primo Novecento, quando l’accesso al greggio veniva garantito con un mix di forza militare e pressione finanziaria. La politica estera americana non è mai stata realmente guidata da principi astratti come la democrazia, bensì dal controllo materiale delle risorse strategiche.
In un mondo in cui il capitale si sposta dalla produzione alla finanza, anche i conflitti hanno cambiato natura. Non servono più a conquistare territori, ma a riorganizzare i flussi di profitto. Da questo punto di vista, il petrolio venezuelano è un “asset” sottoutilizzato che il capitale globale intende sfruttare a pieno. Un cambio di regime appare quindi come una vantaggiosa operazione economica.
Donald Trump ha agito da acceleratore, esplicitando una visione espansionista già esistente. A differenza delle amministrazioni precedenti, che mascheravano gli interventi con la retorica dei diritti umani, lui ha parlato apertamente di petrolio. Questa franchezza ha ottenuto il consenso dei mercati finanziari e delle multinazionali energetiche, che hanno interpretato la guerra come un potenziale investimento.
È fondamentale capire che le linee guida della politica verso il Venezuela sono state condivise da entrambi i partiti americani. Sanzioni, minacce e l’opzione del cambio di regime non sono una prerogativa di una sola fazione. L’idea di un “ordine liberale” alternativo è un’illusione, poiché l’egemonia USA non si basa più su una solida base produttiva ma su un’economia finanziarizzata.
Questa trasformazione ha conseguenze dirette. Non potendo più sostenere guerre lunghe, gli Stati Uniti devono puntare a conflitti rapidi e predatori. L’imperialismo contemporaneo si configura come una gestione del declino, volta a drenare valore da un sistema in difficoltà. Il caso venezuelano rivela che l’ordine globale non si regge su istituzioni, ma su materiali rapporti di forza, accantonando la democrazia quando questi entrano in crisi.























