Due commercianti della provincia di Verona sono stati denunciati con l’accusa di frode commerciale. In un solo anno, avrebbero venduto circa mille chilogrammi di miele importato a basso costo dalla Romania, etichettandolo falsamente come prodotto biologico italiano.
Questo imbroglio rappresenta un problema diffuso in tutta Europa, e in modo particolare in Italia. Secondo i dati del Parlamento europeo, quasi la metà dei campioni di miele analizzati in venti Paesi dell’Unione, il 46%, è risultata adulterata con l’aggiunta di sciroppi zuccherini, nonostante l’etichetta “bio”.
La ragione di una tale diffusione è duplice: la frode è estremamente redditizia e relativamente semplice da attuare. Una semplice etichetta “biologico” permette di raddoppiare il prezzo di vendita rispetto a un prodotto convenzionale, con alcuni produttori che arrivano a chiedere fino a 35-40 euro al chilogrammo.
Inoltre, nonostante i controlli, le normative presentano delle lacune che rendono facile spacciare un miele qualsiasi per biologico, traendone profitti enormi.
Per essere considerato realmente biologico, il miele deve rispettare criteri precisi che riguardano l’ambiente, la cura delle api e i materiali utilizzati. Le arnie devono trovarsi in aree dove, in un raggio di tre chilometri, le fonti di nettare e polline provengono principalmente da coltivazioni biologiche, boschi o zone non trattate con pesticidi chimici.
L’apicoltura biologica vieta l’uso di antibiotici di sintesi. Per la cura delle api, come nel caso del contrasto all’acaro varroa, sono permessi solo trattamenti naturali come l’acido ossalico. Le api, inoltre, devono essere nutrite con il loro stesso miele e non con sciroppi zuccherini, salvo emergenze specifiche e regolamentate.
Anche i materiali devono essere naturali. Le arnie non possono contenere sostanze chimiche, la cera impiegata deve provenire da apicoltura biologica ed è vietato l’uso di disinfettanti chimici per la pulizia degli alveari.
Per ottenere la dicitura “biologico”, il prodotto deve essere certificato da un ente autorizzato e riportare in etichetta il logo europeo e il codice dell’organismo di controllo. Tuttavia, è proprio la frammentazione del sistema di certificazione a favorire le truffe.
In Italia operano circa quindici enti diversi che possono rilasciare tali certificazioni. Questa dispersione rende più complessa la prevenzione delle frodi e la tutela del consumatore.
Una soluzione efficace sarebbe l’introduzione di un marchio unico nazionale. Questa mossa non solo valorizzerebbe il prodotto di qualità made in Italy, ma proteggerebbe anche i consumatori dal rischio di acquistare un falso biologico. Un marchio unico, però, smantellerebbe l’attuale sistema di enti certificatori che traggono profitto da questa frammentazione, un costo che ricade interamente sui cittadini.
Per il consumatore medio, distinguere un miele adulterato è quasi impossibile senza analisi di laboratorio. Un prodotto mescolato con sciroppi di zucchero può infatti presentare colore, consistenza e sapore del tutto identici a quelli di un miele autentico.



















