Un innovativo studio condotto all’Università di Pisa ha aperto la strada a una soluzione circolare per affrontare due sfide globali: la transizione energetica e la riduzione dello spreco alimentare. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica *Journal of Environmental Chemical Engineering*, ha dimostrato come trasformare gli scarti del pane in un biocarburante avanzato.
Ogni anno nel mondo viene generato quasi un milione di tonnellate di pane invenduto o raffermo, uno dei rifiuti alimentari più diffusi. Il progetto pisano punta a valorizzare questa enorme quantità di biomassa, convertendola in una risorsa preziosa anziché destinarla alla discarica.
L’iniziativa è nata dalla collaborazione tra il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale e il Dipartimento di Ingegneria dell’Energia, dei Sistemi, del Territorio e delle Costruzioni dell’ateneo toscano. Il progetto è stato finanziato nell’ambito del programma PNRR NEST (Network for Energy Sustainable Transition).
Per la prima volta, i ricercatori hanno descritto un processo per la produzione sostenibile di etil levulinato direttamente dal pane di scarto. L’etil levulinato è un composto chimico di origine biologica, già noto come additivo per migliorare la combustione nei carburanti e come molecola di base per l’industria chimica verde.
Il metodo sviluppato si distingue per essere semplice, economico e facilmente trasferibile su scala industriale. Utilizza acido solforico diluito come catalizzatore e, soprattutto, riesce a processare alte concentrazioni iniziali di biomassa. Questo approccio ottimizzato permette di ottenere flussi di prodotto più concentrati, abbattendo i costi energetici e monetari legati alla separazione e purificazione finale.
Ottimizzando i parametri di reazione come temperatura, tempo e quantità di catalizzatore, il team ha raggiunto una resa massima del 57% di etil levulinato. Si tratta di un risultato di grande rilievo, specialmente perché la materia prima è un rifiuto a basso costo e di ampia disponibilità.
La vera novità dello studio risiede però nell’applicazione. Mentre l’etil levulinato era già noto come additivo per il diesel, i ricercatori pisani lo hanno testato per la prima volta anche in motori a benzina. Sono state create miscele contenenti fino al 40% in volume di questo bio-additivo mescolato con carburante commerciale.
I test hanno fornito risultati incoraggianti: le miscele non compromettono le prestazioni dei motori a combustione interna e, soprattutto, non richiedono alcuna modifica tecnologica ai veicoli esistenti. L’utilizzo dell’etil levulinato contribuisce inoltre a ridurre le emissioni inquinanti e a diminuire la dipendenza strutturale dai combustibili di origine fossile.
Questi risultati confermano il potenziale commerciale dell’etil levulinato come additivo ossigenato versatile, rinnovabile e compatibile sia con i motori diesel che con quelli a benzina. La sua produzione da scarti alimentari rappresenta un perfetto esempio di economia circolare applicata alla mobilità sostenibile, trasformando un problema (i rifiuti) in una soluzione energetica.



















