Italia e Spagna hanno affrontato la crisi energetica con strategie opposte, un divario reso evidente dal recente Decreto Bollette 2026 italiano. Nonostante una partenza simile, i due Paesi si trovano ora in posizioni molto diverse per quanto riguarda i costi dell’elettricità e la transizione ecologica.
Negli ultimi anni, la Spagna ha superato l’Italia nella produzione da fonti rinnovabili. Le proiezioni per il 2026 vedono la penisola iberica vicina al 55% di energia pulita, mentre l’Italia fatica a raggiungere il 48%. Questa accelerazione ha permesso a Madrid di abbassare strutturalmente i costi in bolletta, poiché l’abbondanza di eolico e fotovoltaico riduce le ore in cui il più costoso gas naturale fissa il prezzo del mercato.
Il mercato elettrico europeo opera sul principio del “prezzo marginale”: l’ultimo impianto necessario a soddisfare la domanda stabilisce il prezzo per tutti. Quando questo impianto è una centrale a gas, come spesso accade in Italia, il prezzo finale è alto e volatile. In Spagna, la massiccia presenza di rinnovabili ha reso questo scenario meno frequente, garantendo prezzi mediamente inferiori.
Durante la crisi del 2022, Madrid e Lisbona hanno introdotto il “meccanismo iberico”, un tetto temporaneo al prezzo del gas usato per produrre elettricità. Questo provvedimento ha calmierato il prezzo all’ingrosso, con un meccanismo di compensazione trasparente per i consumatori. L’intervento non ha alterato gli incentivi di lungo periodo sulla decarbonizzazione.
Il governo italiano ha invece scelto un’altra strada. Il Decreto Bollette 2026 interviene non sul combustibile, ma sul costo dei permessi di emissione di CO2 (sistema ETS), che le centrali termoelettriche devono acquistare per inquinare. Neutralizzando questo costo, il decreto mira ad abbassare il prezzo dell’elettricità nel breve termine.
Questa scelta, tuttavia, solleva gravi preoccupazioni. Il sistema ETS è lo strumento chiave dell’UE per incentivare la transizione, rendendo svantaggioso produrre energia da fonti fossili. Indebolire questo segnale disincentiva gli investimenti in tecnologie pulite e aumenta l’incertezza per gli operatori che puntano sulle rinnovabili. È un intervento che rischia di sollevare obiezioni dall’Europa in materia di aiuti di Stato.
A complicare il quadro si aggiunge la decisione italiana di posticipare al 2038 lo spegnimento delle centrali a carbone, la fonte più inquinante. Questa mossa, combinata con l’indebolimento del segnale di prezzo del carbonio, rischia di bloccare la transizione energetica del Paese, privilegiando la sicurezza di breve periodo a scapito degli impegni climatici.
La lezione che arriva dal confronto è chiara: la soluzione duratura all’alto costo dell’elettricità non risiede in sussidi temporanei, ma in investimenti strutturali. La Spagna ha dimostrato che accelerare su eolico, fotovoltaico e accumuli è la via maestra per ridurre la dipendenza dal gas e stabilizzare i prezzi.


















