Panatta, 50 anni dopo Roma: ‘Sinner, tocca a te’

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Sport tennis
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A quasi cinquant’anni dal suo storico trionfo a Roma nel 1976, Adriano Panatta ha indicato in Jannik Sinner il suo erede designato per la vittoria al Foro Italico. L’ultimo campione italiano a imporsi nella capitale ha riflettuto su un’epoca d’oro per il tennis nazionale, passando idealmente il testimone all’attuale vertice del ranking mondiale.

Panatta ha ricordato come il 1976 sia rimasto un anno indelebile nella memoria collettiva, non solo per le sue vittorie. “Credo sia stata la concatenazione degli eventi: la vittoria a Roma, due settimane dopo quella a Parigi, annullando sempre match point, e poi la prima Coppa Davis della nostra storia”, ha spiegato l’ex campione. Quel successo ha avuto un impatto culturale profondo, portando il tennis fuori dalla sua nicchia elitaria.

“D’improvviso siamo diventati popolari, ma era qualcosa che non avevamo cercato”, ha aggiunto Panatta. “Abbiamo reso il tennis uno sport per tutti, siamo stati un traino. È l’aspetto che mi rende più orgoglioso di quelle vittorie”. Secondo l’ex tennista, il movimento italiano di oggi ha saputo capitalizzare l’interesse, diventando un punto di riferimento globale. Ha identificato la finale di Matteo Berrettini a Wimbledon nel 2021 come un punto di svolta cruciale, un momento che ha infranto una barriera psicologica.

L’analisi si è poi concentrata su Jannik Sinner. “Molto difficilmente perde. La sua forza non è solo tecnica: rispetto a tutti gli altri, mantiene una continuità di rendimento elevatissima”, ha affermato Panatta. Ha precisato anche una sua precedente dichiarazione su Carlos Alcaraz: “Ho detto che Alcaraz al cento per cento è l’unico che può battere Sinner al cento per cento. Appartengono a una categoria a parte”.

Per Panatta, i fenomeni come Sinner giocano bene su ogni superficie, adattandosi rapidamente nonostante eventuali preferenze. Ha inoltre lodato l’ascesa di Luciano Darderi, definendolo “un guerriero che piace ai tifosi” e che ha saputo sfruttare l’energia del pubblico romano. Riflettendo sull’evoluzione del gioco, ha notato la quasi scomparsa del serve & volley, un tempo suo punto di forza. “Sinner domina tirando fortissimo da fondo campo, quindi ha ragione lui”, ha ammesso con pragmatismo.

Nonostante l’importanza storica, ha confessato di non avere un ricordo nitido della finale romana del 1976: “Dev’essere la vecchiaia… Ma fisicamente ero probabilmente nella miglior forma della mia vita”. Ogni trionfo di quell’anno ha avuto un sapore speciale: Roma come torneo di casa, Parigi come consacrazione in uno Slam e la Coppa Davis come motivo di orgoglio nazionale. “Non si può scegliere, ma solo godere per esserci riuscito”, ha concluso.

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