Sable Island: le foche grigie praticano il cannibalismo

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Foche cannibali
Foche cannibali

Al largo delle coste della Nuova Scozia si trova Sable Island, un’isola che ospita la più grande colonia al mondo di foche grigie. Decine di migliaia di questi mammiferi marini condividono il loro habitat con le foche comuni, mentre le acque circostanti sono popolate da predatori come gli squali della Groenlandia.

Da oltre quarant’anni, questa specifica popolazione è oggetto di studi scientifici, non solo per le sue notevoli dimensioni. L’attenzione degli scienziati è stata catturata da una serie di morti enigmatiche che hanno colpito soprattutto i cuccioli, ritrovati con i corpi segnati da profonde ferite a spirale.

Inizialmente, i ricercatori avevano formulato due ipotesi principali per spiegare queste violente aggressioni. La prima indicava come responsabili gli squali, noti predatori di queste acque; la seconda puntava il dito contro le collisioni accidentali con i motori delle imbarcazioni che navigano al largo dell’isola.

Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Marine Mammal Science, ha però ribaltato completamente queste convinzioni. L’indagine ha dimostrato che i colpevoli degli attacchi mortali sono altre foche grigie, rivelando così l’esistenza di un comportamento cannibale all’interno della colonia.

I primi cadaveri con le misteriose ferite sono apparsi su Sable Island all’inizio degli anni Ottanta. Questi “morsi a spirale”, che partono dalla bocca e squarciano l’animale fino al petto, sono rimasti a lungo un enigma. Nel frattempo, altre osservazioni hanno iniziato a suggerire che le foche grigie potessero essere cannibali, con la prima testimonianza diretta documentata nel 1993.

Un aiuto fondamentale alle indagini è arrivato da alcuni episodi simili avvenuti in Scozia circa dieci anni fa. Il team dell’Università di Hannover, che ha condotto lo studio, ha notato che i segni lasciati sui corpi delle vittime scozzesi erano identici a quelli osservati in Canada.

La prova definitiva è arrivata nel 2024, quando gli autori dello studio hanno assistito per la prima volta in diretta a un episodio di cannibalismo. Hanno osservato una foca adulta attaccare un cucciolo, lasciandogli sul corpo le inconfondibili lesioni a spirale.

Rianalizzando anche i filmati registrati negli anni precedenti alla luce di questa nuova consapevolezza, il team ha potuto identificare un totale di 359 casi di cannibalismo conclusi con la morte del piccolo e ben 765 attacchi complessivi.

Nonostante la sua brutalità, secondo gli autori dello studio questo comportamento non costituisce un pericolo per la salute della popolazione locale di foche grigie, che conta circa 75.000 esemplari. Un migliaio di casi su un numero così vasto non è considerato statisticamente problematico per la sopravvivenza della specie.

La vera preoccupazione riguarda il rischio che le foche grigie possano estendere questo comportamento aggressivo anche ai cuccioli di foca comune, una specie molto meno numerosa su Sable Island. Un simile scenario, già osservato in alcune aree d’Europa, potrebbe avere conseguenze negative sulla biodiversità locale.

Resta però un’ultima, cruciale domanda senza risposta: perché si verificano questi atti? Si tratta di un comportamento naturale e sempre esistito, che solo ora abbiamo imparato a riconoscere, oppure è una reazione a recenti cambiamenti nell’ambiente marino? Comprendere le cause alla base di questo fenomeno è un passo fondamentale per poter elaborare strategie di conservazione efficaci.

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