Nico Rosberg ha raccontato le stagioni trascorse in Mercedes (2010-2012) come compagno di squadra di Michael Schumacher. In un’intervista al podcast “High Performance”, il campione del mondo 2016 ha descritto il sette volte iridato come un “guerriero mentale”, la cui natura era quella di destabilizzare psicologicamente il suo avversario diretto.
Secondo Rosberg, Schumacher viveva per “distruggere mentalmente” il compagno di squadra, ma non in modo malevolo. Si trattava di un approccio “casuale” e costante, che sfruttava le zone grigie del regolamento e del comportamento quotidiano. Per Schumacher, ha spiegato, era un atteggiamento naturale, uno stile di vita che non richiedeva sforzi.
Gli aneddoti riportati sono numerosi. Uno degli episodi riguardava il parcheggio riservato ai piloti nel paddock. Schumacher parcheggiava sistematicamente la sua auto invadendo lo spazio di Rosberg, posizionando due ruote oltre la linea per impedirgli di entrare.
Questo gesto costringeva Rosberg ad arrivare in ritardo alle riunioni con gli ingegneri. L’ex pilota ha definito “orribile” la sensazione di entrare in una riunione con decine di persone collegate che lo stavano aspettando, sentendosi responsabile del ritardo.
Un altro episodio, già noto ma ora arricchito di dettagli, si è verificato a Monaco prima delle qualifiche. Schumacher si chiudeva a chiave nell’unico bagno disponibile nel garage, consapevole che i piloti hanno bisogno di utilizzarlo come ultima cosa prima di salire in macchina.
Rosberg ha raccontato di aver bussato ripetutamente senza ricevere risposta, mentre il tempo passava e lo stress aumentava. La fretta prima di una sessione può compromettere la corretta sistemazione delle cinture di sicurezza, un’operazione delicata. Alla fine, per non perdere ulteriore tempo, Rosberg è stato costretto a usare un secchio trovato nel retro del garage.
La guerra psicologica si estendeva anche agli aspetti più relazionali. Rosberg ha rivelato che, in tre anni da compagni di squadra, Schumacher non ha mai pronunciato il suo nome nemmeno una volta, nemmeno durante le riunioni tecniche in cui sedevano uno di fronte all’altro.
Per il campione tedesco, non nominarlo era un modo per sminuirlo, per non riconoscergli rispetto e farlo sentire inesistente. “Ero il ragazzino di cui non sappiamo nemmeno il nome”, ha commentato Rosberg, spiegando che Schumacher non ha mai chiesto il suo parere o fatto riferimento al suo lavoro in sua presenza.
Riflettendo sul perché non avesse mai reagito a questi comportamenti, Rosberg ha ammesso che all’epoca era troppo giovane e vedeva Schumacher “come un dio”. Ha aggiunto che oggi, con la sua esperienza, lo affronterebbe direttamente, chiedendogli di smettere con i suoi “giochetti”.





