ARZANO – Arzano trema ancora. Nemmeno il tempo di riprendere fiato dopo il fragoroso terremoto giudiziario di un mese fa, che le manette sono tornate a stringersi con forza implacabile. Nella mattinata di ieri, i carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di 17 persone. Le accuse, pesantissime, delineano il volto spietato di un sodalizio che aveva trasformato il terrore in metodo di governo: associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata e usura.
Ciò che rende questo blitz particolarmente significativo, oltre ai numeri, è la tempistica chirurgica. La quasi totalità degli indagati raggiunti ieri dal provvedimento era stata già colpita da un’ordinanza analoga 32 giorni prima, il 14 maggio. Due operazioni in trenta giorni precisi: un segnale inequivocabile della determinazione degli inquirenti nel voler smantellare, tassello dopo tassello, l’intera struttura del “clan della 167”. Sgominato ancora una volta il gruppo guidato da Giuseppe Monfregolo, alias ’o guallarus, colpito da una nuova ordinanza. Una frenetica attività di indagine che non concede tregua alla criminalità organizzata locale.
Le investigazioni, che hanno ripercorso l’operatività del clan tra il 2021 e il 2022, hanno cristallizzato una realtà inquietante: il “clan della 167” non è un gruppo isolato, ma un tentacolo operativo, un’espressione territoriale diretta dei potentissimi Amato-Pagano, gli eredi della storica egemonia criminale nella zona nord di Napoli. Ad Arzano, questo gruppo aveva costruito un sistema di potere basato sull’arroganza e sul controllo asfissiante del territorio.
Il cuore del business criminale era rappresentato dalle estorsioni. Commercianti e imprenditori locali vivevano sotto la costante pressione delle richieste di denaro, spesso mascherate da prestiti usurari che diventavano trappole senza via d’uscita. È la strategia del pizzo totale. La vittima, una volta caduta nella rete, veniva spremuta fino al dissesto finanziario. Ma a stupire gli inquirenti, oltre alla spregiudicatezza verso l’esterno, è stata la ferocia interna. Il clan non faceva sconti a nessuno: è stato documentato come il gruppo fosse incline a usare una violenza brutale anche nei confronti dei propri sodali. Problemi interni, mancanze o presunti tradimenti venivano risolti con pestaggi selvaggi, una disciplina di ferro imposta col sangue per garantire la fedeltà assoluta al gruppo.
Con questo nuovo blitz, la Dda punta a recidere definitivamente i nervi vitali della consorteria che, nonostante la prima operazione di maggio, aveva tentato di mantenere saldo il controllo su Arzano. Ora, per i 17 indagati, si riaprono le porte del carcere. Il messaggio delle istituzioni è chiaro: non c’è spazio per chi pensa di poter gestire il territorio attraverso la violenza, e la giustizia è disposta a tornare a colpire, anche a distanza di poche settimane, pur di ripristinare il rispetto della legge.













