Colpo al clan Russo: 12 arresti tra droga e attività commerciali nel nuovo feudo del Litorale

Con i vertici storici della cosca in carcere, le redini sarebbero passate al figlio di ‘Peppe ’o padrino’

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CASAL DI PRINCIPE – Gli arresti dei vertici storici non l’hanno fermata. La cosca Russo, costola dell’area Schiavone del clan dei Casalesi, avrebbe continuato negli anni a muoversi in provincia di Caserta, spostandosi dall’agro aversano al Litorale domizio, dove avrebbe scelto Castel Volturno come terreno dei nuovi affari: scommesse, locali, droga, recupero crediti, intestazioni fittizie, riciclaggio e pestaggi. È il quadro tracciato dalla Dia – nell’inchiesta coordinata dal pm Alfredo Gagliardi della Direzione distrettuale antimafia partenopea – che ha portato il gip Carla Sarno a disporre 22 misure cautelari su 39 indagati complessivi: 12 arresti in carcere e 10 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria. Altri 17 indagati restano a piede libero. Disposto anche un sequestro da oltre due milioni di euro.
Secondo la Procura, guidata da Nicola Gratteri, gli indagati sarebbero responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, autoriciclaggio, estorsioni, installazione e sfruttamento economico di apparecchi da gioco d’azzardo vietati, con l’aggravante di avere agito per agevolare il clan. Ad alcuni viene inoltre contestata la partecipazione a un’associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti.

Il provvedimento, eseguito ieri, nasce dall’inchiesta avviata nel 2022 dal Centro operativo Dia di Napoli. Gli investigatori hanno ricostruito l’organigramma dell’intera organizzazione, individuandone i presunti vertici nei discendenti diretti di Giuseppe Russo, detto Peppe ’o padrino (ritenuto uno dei fedelissimi di Francesco Schiavone Sandokan), detenuto dal 2004 e sottoposto al regime del 41 bis.

Con i capi storici in carcere, a guidare l’operatività del gruppo, sostiene l’Antimafia, sarebbe stato Costantino Russo, figlio del capoclan Giuseppe.

Per la Dda, proprio lui avrebbe riempito il vuoto lasciato dagli arresti e dalle detenzioni del padre e degli zii Massimo, Francesco e Corrado Russo, quest’ultimo solo recentemente tornato in libertà, assumendo il ruolo di riferimento della famiglia.
Non solo il cognome, dunque. Ma denaro, rapporti, ordini, affari e intimidazioni. Russo, secondo l’accusa, avrebbe gestito la distribuzione del denaro alle famiglie dei detenuti, curato gli interessi economici e imprenditoriali del gruppo, garantito canali di reimpiego e riciclaggio di capitali, anche provenienti dalla ‘cassa comune’ del clan, e mantenuto i contatti con affiliati liberi e detenuti al 41 bis. Avrebbe inoltre tutelato gli assetti patrimoniali del sodalizio, intervenendo nella risoluzione di controversie private quando qualcuno invocava l’intervento della famiglia Russo.

Uno dei metodi ricostruiti dagli investigatori riguarda le azioni intimidatorie. La Procura parla di ‘squadrette’ di picchiatori, formate all’occorrenza con giovani uomini nella disponibilità del gruppo criminale. Sarebbero state impiegate per pestaggi e spedizioni punitive ai danni di persone con cui erano nate conflittualità di vario tipo: debiti di gioco non pagati, contrasti economici o perfino offese ritenute lesive dell’onore familiare.

Accanto a Russo, per l’accusa, ci sarebbe stato Raffaele Lello Letizia, indicato come elemento di spicco e anello di collegamento tra il clan dei Casalesi e altre consorterie criminali. Letizia avrebbe partecipato a riunioni riservate, svolto il ruolo di garante nelle controversie e fatto da collettore dei proventi destinati alla cassa comune del sodalizio.

Poi la rete operativa. Aniello Natale, detto Daniele, sarebbe stato uomo di fiducia di Russo, autista, accompagnatore e gestore di complessi balneari riconducibili al gruppo. Vincenzo Galiero avrebbe gestito società, scommesse illegali, contabilità, armi e droga nell’area indicata come ‘Area 51’. Nohak Russo, fratello di Costantino, avrebbe collaborato nella gestione di attività intestate a terzi e in azioni violente o intimidatorie.

Il settore delle scommesse, per la Procura, era uno degli snodi principali. All’interno di uno dei locali nei quali si effettuavano le giocate illegali sarebbe stata costituita anche l’associazione finalizzata alla vendita di sostanze stupefacenti ai clienti. Antonio e Vincenzo Vaccaro avrebbero garantito l’approvvigionamento di slot machine per punti di gioco clandestini. Ettore Lingetti, secondo l’accusa, avrebbe messo a disposizione una ditta per schermare le attività. Salvatore Mercadante, Raffaele Parascandolo, Michele Carrozzoli e Guglielmo D’Aniello, seguendo la tesi della Dda, avrebbero svolto compiti di supporto, gestione, intermediazione, presidio dei locali, recupero crediti e controllo delle attività riconducibili ai Russo.

Le indagini avrebbero inoltre accertato condotte di intestazione fittizia di attività commerciali nelle quali, attraverso operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio, sarebbero stati investiti capitali illecitamente accumulati.

Gli investigatori hanno individuato anche beni mobili e immobili intestati a prestanome che, secondo l’accusa, avrebbero offerto la propria identità giuridica per occultare la reale riconducibilità degli investimenti agli affiliati al clan.

Il provvedimento è stato emesso nella fase delle indagini preliminari: i 39 finiti sotto inchiesta sono da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile e i destinatari della misura cautelare possono impugnare l’ordinanza davanti al Riesame.

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