La leggenda nerazzurra Sandro Mazzola ha raccontato la sua carriera, un’intera vita spesa per l’Inter. Un legame nato dopo la tragedia di Superga, nella quale perse il padre Valentino. “L’Inter è la squadra che mi ha salvato. Benito Lorenzi venne a Cassano con scarpe e pallone: papà lo aveva aiutato a esordire in Nazionale e lui ha voluto aiutare i suoi figli”.
Da quel momento, per lui e il fratello è iniziata l’avventura interista. “Siamo diventati mascotte a 8-9 anni e Angelo Moratti ci dava il premio partita anche a noi: erano soldi vitali. Quando mia madre ha saputo la cifra del mio primo contratto ha detto: ‘Hai capito male, sono troppi…'”.
Il rapporto con la famiglia Moratti è stato una costante. “Angelo regalava ai giocatori più rappresentativi una Mercedes e a me una monetina d’oro per i goal importanti. Massimo ha continuato la tradizione: a Natale tre monetine a me e una a mio figlio. Sono una seconda famiglia”.
Poi l’incontro con Helenio Herrera, che ne ha cambiato la carriera. “Il Mago mi ha trasformato il carattere, non volevo fare il centravanti ma lui ha capito come sfruttarmi. È stato un innovatore, ci metteva a dieta, ma Luisito Suarez, il nostro Maestro, nascondeva salame e prosciutto in camera”.
Il momento più celebre resta il gran rifiuto alla Juventus, che ha provato a strapparlo ai nerazzurri con un’offerta faraonica. “L’Avvocato Gianni Agnelli mi ha offerto il doppio dello stipendio, un’agenzia di assicurazioni e una concessionaria Fiat. Mia madre mi ha detto: ‘Tuo padre si rivolterebbe nella tomba’”.
La decisione è stata immediata e irremovibile. “Ho rifiutato. La Juve è tornata anche quando ero dirigente con Fraizzoli e ho detto un altro no. Col cuore rifarei entrambe le scelte”.
Anche da dirigente, la sua storia si è intrecciata con grandi nomi del calcio. “Avevo comprato Platini, poi Fraizzoli ha rinunciato. Conservo il contratto firmato da Falcao, rimasto nel cassetto dopo l’intervento di Andreotti”.
Non solo rimpianti, ma anche grandi colpi. “Il capolavoro si chiama Ronaldo. Ho saputo che voleva lasciare Barcellona, l’ho incontrato e mi ha detto: ‘Ok director, vengo a Milano’. Ricordo con piacere anche Zenga, che ho aiutato a ripartire dalla Sambenedettese. E Zanetti l’ho portato io nel 1995, Ausilio l’ho preso nel 1998”.
Non sono mancati momenti complessi con i compagni. “Io e Facchetti eravamo diversi, ma rivali mai. Quando Herrera mi ha dato la fascia, Giacinto era già capitano della Nazionale e forse ci è rimasto male. Dopo qualche giorno di tensione, abbiamo parlato e ci siamo abbracciati”.
E le scuse a un altro ex compagno: “Chiedo scusa a Boninsegna. Nello scambio con Anastasi avrei potuto oppormi e non l’ho fatto, pensando convenisse all’Inter”. Sul rapporto con Rivera, invece, ha precisato: “Sana rivalità e grandissimo rispetto. Eravamo le due metà di Milano”.
Infine, un pensiero da tifoso per l’Inter attuale, con un messaggio diretto. “Sogno che Lautaro, che merita di essere chiamato leggenda, alzi la sua Coppa dei Campioni. Lo faccia per me”.





