CASAL DI PRINCIPE – Oltre cinque chili di caffè consumati, in media, ogni anno da ciascun italiano. Il 95,6% di chi vive nel Belpaese lo beve quotidianamente e quasi sei persone su dieci ne consumano due o tre tazzine al giorno. Sono i dati emersi da un’indagine condotta da AstraRicerche per ‘La Pavoni – Macchine per caffè’. Numeri che raccontano quanto questa bevanda sia entrata nella cultura italiana, diventando una componente importante delle abitudini quotidiane. Ma il caffè rappresenta anche un settore capace di generare un rilevante indotto economico. E dove circola denaro, soprattutto in determinati territori, la criminalità organizzata prova spesso a inserirsi. Le mafie hanno sempre dimostrato una particolare capacità di individuare le attività dalle quali ricavare guadagni. Quello del caffè sarebbe uno di questi mercati, soprattutto in Campania. Diverse indagini condotte negli ultimi quindici anni hanno ricostruito presunti tentativi di imporre determinate marche di caffè alle attività commerciali, allo scopo di favorire aziende considerate vicine al clan dei Casalesi. Una pratica che, stando alle recenti dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, potrebbe essere ancora attuale.
A riportare l’attenzione sul presunto affare è stato Vincenzo D’Angelo, conosciuto con il soprannome di Biscottino, genero del boss ergastolano Francesco Bidognetti e collaboratore di giustizia da circa tre anni. Chiamato a riferire sulla cosca Russo, legata agli Schiavone e riconducibile a Giuseppe Russo, detto Peppe ’o Padrino, prossimo alla scarcerazione, D’Angelo avrebbe parlato anche del commercio del caffè. Il collaboratore ha indicato ai magistrati della Procura di Napoli, diretta da Nicola Gratteri, una precisa marca che, secondo il suo racconto, verrebbe imposta ad alcuni bar dell’Agro aversano. D’Angelo ha fatto anche il nome del giovane incaricato di collocare il prodotto presso le attività commerciali. Una persona che, stando a quanto abbiamo appreso, sarebbe vicina a esponenti ritenuti legati alla famiglia Russo, in particolare a un quasi quarantenne finito sotto indagine perché considerato fiancheggiatore di Costantino Russo. Quest’ultimo, figlio di ’o Padrino, era stato arrestato lo scorso luglio con l’accusa di dirigere la compagine mafiosa in attesa del ritorno in libertà del padre. Costantino è stato trovato morto in carcere tre settimane fa (aveva da poco intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia). Si tratta, naturalmente, di dichiarazioni che dovranno essere approfondite dagli inquirenti e trovare eventuali riscontri. Al momento, dunque, il racconto del collaboratore non può essere considerato una prova dell’esistenza di un sistema ancora operativo. Le sue indicazioni potrebbero comunque finire all’attenzione della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, coordinata per l’area casertana dal procuratore aggiunto Michele Del Prete. Saranno gli investigatori a dover verificare l’attendibilità delle dichiarazioni, ricostruire eventuali collegamenti e accertare se dietro la distribuzione del prodotto possa nascondersi un interesse della criminalità organizzata.
Qualora il racconto di D’Angelo trovasse conferma, emergerebbe la capacità dei clan di conservare la propria presenza anche in un settore profondamente legato alla cultura e all’economia della Campania. Il caffè, in questo caso, non sarebbe soltanto la bevanda consumata ogni giorno al bancone di un bar, ma diventerebbe uno strumento attraverso il quale controllare le attività commerciali e alimentare nuovi guadagni. Un affare messo in piedi tazzina dopo tazzina.





