La prima giornata del campionato di Serie A ha confermato un trend preoccupante per il calcio italiano: l’impiego di giocatori di nazionalità italiana è in continua diminuzione. Rispetto alla stagione precedente, il numero di calciatori convocabili in nazionale schierati in campo è sceso da 99 a 95.
Il dato diventa ancora più allarmante se si analizza il tempo di gioco effettivo. Il minutaggio complessivo è infatti passato da 6.468 a 6.103 minuti, l’equivalente di quasi quattro partite intere in meno nelle gambe dei giocatori italiani. Questa tendenza si manifesta nonostante gli appelli, provenienti da più parti del movimento calcistico, per un maggiore utilizzo dei talenti locali.
Il confronto con gli altri principali campionati europei accentua la gravità della situazione. Tra i top 5 tornei, solo la Premier League inglese registra un utilizzo inferiore di calciatori autoctoni, ma si tratta di un contesto ormai planetario per investimenti e provenienza dei giocatori. La Liga spagnola, al contrario, presenta numeri più che doppi rispetto alla Serie A, mentre anche la Ligue 1 francese e la Bundesliga tedesca, pur avendo solo 18 squadre, viaggiano su cifre decisamente superiori.
L’analisi delle singole squadre rivela un quadro disomogeneo. Le neopromosse Monza e Frosinone sono state le più virtuose, impiegando undici italiani ciascuna. In netta controtendenza si è collocato il Venezia, che ha utilizzato un solo giocatore italiano. Maglia nera condivisa con Como e Udinese. Le grandi squadre non hanno contribuito a invertire la rotta: l’Inter campione d’Italia ha schierato 4 italiani, il Napoli si è fermato a 6, mentre il Milan ha deluso con soli 3 giocatori nazionali.
In questo scenario, l’Atalanta rappresenta una mosca bianca. Il tecnico Maurizio Sarri ha mandato in campo ben sette connazionali dal primo minuto, confermando la tradizione del club bergamasco come feudo azzurro. La società è storicamente un punto di riferimento per il suo settore giovanile, capace di formare costantemente talenti.
Le cause di questa penuria sono principalmente economiche e strutturali. Acquistare un calciatore italiano di medio livello ha spesso un costo doppio rispetto a un profilo simile proveniente da campionati esteri minori. I club, alle prese con bilanci in difficoltà, si affidano sempre più a scouting basati su algoritmi per pescare scommesse a basso costo all’estero. Neppure la recente abolizione dei benefici fiscali del Decreto Crescita sembra aver invertito la rotta.
I giovani calciatori italiani si trovano così intrappolati in un imbuto generazionale: scartati dai top club perché privi di esperienza internazionale e ignorati dalle squadre di medio-bassa classifica. L’investimento nei vivai rischia di diventare un mero obbligo burocratico. È necessario un cambio di rotta per evitare che la crisi della Nazionale si aggravi, con il rischio di mancare la qualificazione al quarto Mondiale consecutivo.




