Davide Frattesi si è presentato ufficialmente come nuovo giocatore della Lazio. Il centrocampista, arrivato dall’Inter e già decisivo con due gol, ha parlato in conferenza stampa svelando i retroscena del suo trasferimento e le motivazioni personali che lo hanno spinto a vestire la maglia biancoceleste.
“Ero in barca quando ho sentito il mister”, ha raccontato, spiegando come la trattativa sia stata rapida una volta risolte le questioni burocratiche. Il rapporto con l’allenatore, nato in Nazionale, è stato decisivo. “Quando si sono create le dinamiche giuste non ci ho pensato molto, avevo bisogno di un progetto così. Sono sicuro della scelta”.
Il suo legame con la Lazio ha radici profonde. “Mio padre è laziale, mi portava allo stadio. Ho iniziato da raccattapalle sotto la Curva Sud”, ha confessato, ricordando con un sorriso di aver preso in giro l’amico Scamacca il 26 maggio. Un ritorno a casa fortemente desiderato per rilanciarsi dopo un’annata complicata.
“L’ultimo anno sono stato male anche di testa”, ha ammesso con sincerità. “I soldi non sono fondamentali, le cose importanti sono altre. Darei tutto quello che ho in banca per rivedere mia nonna per cinque minuti”. Il suo periodo all’Inter è stato segnato da difficoltà fisiche e una concorrenza agguerrita.
“Di base a centrocampo ci sono calciatori fortissimi. Venivo da un’operazione per ernia, la testa andava ma le gambe no”, ha spiegato. Un infortunio all’adduttore ha ulteriormente rallentato il suo inserimento, facendolo tornare in condizione solo a novembre, quando ormai era tardi per ritagliarsi uno spazio da protagonista.
Il trasferimento a Roma rappresenta quindi una rinascita. “Questa è una società importante, bisogna ambire al massimo. Personalmente, credo sia il posto giusto per rilanciarmi e alzare l’asticella”. Il giocatore ha trovato un ambiente ideale, con un centro sportivo all’avanguardia e un gruppo solido.
L’entusiasmo dei tifosi lo ha travolto. “Avevo bisogno di risentirmi importante, questo affetto è fondamentale per me per giocare bene”. Interrogato sul suo ruolo, ha mostrato umiltà: “Voglio essere un riferimento per i giovani, ma in poche settimane non si diventa leader. Il capitano è il leader”.
Il centrocampista ha le idee chiare su cosa portare alla squadra: “Un po’ di cattiveria e sana ignoranza”. Il suo obiettivo primario non è personale, ma collettivo: “Voglio arrivare il più in alto possibile in classifica, lo score personale conta poco se la squadra non raggiunge i traguardi”.
Il ritorno a casa non è stato solo una scelta professionale. “Da quando è morta mia nonna sentivo il bisogno di tornare. Voglio stare di più con la famiglia e gli amici, godermi la vita un po’ di più dopo essere andato via a 16 anni e aver perso tante cose”.





