Dalla strada alla pizza, poi quella notte senza ritorno: la storia di Antonio Nardi

A 26 anni la morte dopo lo schianto in scooter tra Secondigliano e Casoria. Dall’adolescenza difficile al lavoro nelle pizzerie, il percorso di Antonio Nardi e quella fuga finita tragicamente.

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Antonio Nardi
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NAPOLI – Aveva imparato a trasformare la rabbia in qualcosa di buono. La prendeva tra le mani, la impastava, la stendeva e la affidava al calore del forno. Per Antonio Nardi la pizza non era soltanto un mestiere. Era stata una possibilità. Una strada diversa da quella che sembrava già tracciata quando era poco più di un ragazzino.

“Impasto e trasformo il dolore in qualcosa di buono”, aveva raccontato in un’intervista al Corriere della Sera quando aveva 24 anni, spiegando il rapporto con quel lavoro che gli aveva permesso di cambiare vita. Oggi quelle parole assumono un peso diverso. Perché Antonio, che di anni ne aveva 26, quella strada l’ha percorsa fino a quando una notte di settembre si è trasformata in una corsa finita sull’asfalto, tra Secondigliano e Casoria. E’ morto all’Ospedale del Mare, nella notte di mercoledì 16 settembre, dopo essere rimasto gravemente ferito nella caduta dello scooter sul quale viaggiava insieme ad altre due persone, in via Nuova detta Casoria.

Ma la sua non è soltanto la storia di un ragazzo morto in un incidente. Prima dello schianto c’è un’esistenza segnata da difficoltà, errori, carcere, incontri decisivi e dalla voglia di ricominciare. E dopo lo schianto c’è un’altra storia ancora tutta da scrivere: quella degli investigatori che stanno cercando di capire cosa sia accaduto nei minuti precedenti alla tragedia e quale sia stato il reale ruolo di Antonio e degli altri due giovani.

Antonio è cresciuto a San Pietro a Patierno, nel rione che da queste parti chiamano ‘Bronx’, una periferia che lui stesso aveva descritto come un ambiente difficile. Da adolescente aveva conosciuto il lato più duro della strada e aveva commesso reati. Era finito anche in carcere, seppure per pochi giorni. Poi era arrivata un’altra possibilità, quella costruita attraverso i servizi sociali e il Tribunale per i minorenni di Napoli.

A cambiare il corso della sua vita era stato un corso per diventare pasticciere o pizzaiolo, seguito attraverso l’associazione Scugnizzi e il progetto “Finché c’è pizza c’è speranza”. Un percorso pensato per dare ai ragazzi dell’area penale una competenza, un lavoro, ma soprattutto una prospettiva.

Antonio aveva scelto la pizza.

Aveva iniziato da giovanissimo, prima come portapizze e poi come aiuto fornaio. Aveva imparato il mestiere, viaggiato, lavorato in diverse città italiane e costruito passo dopo passo la propria esperienza. Sassari, Ischia, Monza, Bergamo, Milano, Capri erano diventate tappe di una vita che sembrava finalmente essersi lasciata alle spalle il passato.

Per lui, però, non era mai stato un traguardo definitivo.

“Non mi sento mai arrivato”, raccontava. Si definiva ancora uno “scugnizzo napoletano” con qualcosa da imparare. E proprio quella consapevolezza sembrava essere diventata una delle forze che lo spingevano avanti.

Nel suo racconto c’era anche un uomo che aveva avuto un ruolo importante nella sua trasformazione: Antonio Franco, presidente dell’associazione Scugnizzi. Antonio lo considerava quasi un secondo padre, una persona che aveva creduto in lui quando era ancora possibile scegliere soltanto tra poche strade.

Poi era arrivata anche la voglia di andare oltre l’Italia. La Svizzera, un nuovo lavoro, una nuova esperienza all’estero. Antonio aveva deciso di provare a misurarsi con un altro mondo della ristorazione, portandosi dietro il mestiere imparato negli anni e quella fame di migliorarsi che raccontava senza nasconderne le difficoltà.

La sua vita privata era legata alla compagna, con la quale stava da molti anni, e alle sue bambine. Anche la famiglia, nel racconto fatto allora, era uno dei motivi per i quali aveva deciso di continuare a percorrere la strada intrapresa.

Non nascondeva, però, quanto fosse stato difficile arrivare fin lì.

“I momenti difficili ci sono stati”, aveva ammesso. Il rischio di tornare indietro, nella sua storia, non era mai sembrato completamente cancellato. “In periferia lo sgambetto è dietro l’angolo”, diceva. Per questo bisognava guardare avanti.

Era questa, in fondo, la sua scommessa: restare sulla strada dritta.

La notte tra il 15 e il 16 settembre quella strada si è interrotta.

Erano circa le 2 quando uno scooter con tre persone a bordo percorreva la zona tra Secondigliano e Casoria. Antonio era uno dei passeggeri. Il conducente avrebbe accelerato e, poco dopo, in via Nuova detta Casoria, avrebbe perso il controllo del mezzo. Lo scooter è finito sull’asfalto e la caduta è stata violentissima.

Antonio ha riportato traumi gravissimi, soprattutto al torace. I soccorsi sono scattati immediatamente e il 26enne è stato trasportato in codice d’urgenza all’Ospedale del Mare. Ma le sue condizioni sono rapidamente peggiorate e, poche ore dopo, è arrivata la morte. La corsa era finita. Ma proprio da quel momento è cominciata un’altra corsa, quella degli investigatori per ricostruire cosa fosse successo prima. Perché i tre giovani stavano fuggendo? E’ questa una delle domande centrali dell’inchiesta.

La polizia municipale e la Procura stanno verificando il possibile collegamento tra la fuga e una presunta tentata rapina avvenuta poco prima. Una famiglia ha raccontato agli investigatori di essere stata avvicinata da tre uomini in sella a uno scooter. Secondo la denuncia, ci sarebbe stata una colluttazione e le vittime avrebbero reagito, costringendo i tre a fuggire.

Si tratta, allo stato, di un’ipotesi investigativa e non di una ricostruzione giudiziaria definitiva. Proprio per questo gli accertamenti dovranno stabilire se i tre uomini coinvolti nella presunta rapina siano effettivamente gli stessi che si trovavano sullo scooter finito fuori strada.

Gli investigatori stanno esaminando i filmati delle telecamere presenti nella zona e stanno ricostruendo la sequenza degli spostamenti. I rilievi della sezione Infortunistica Stradale della polizia municipale sono proseguiti anche dopo l’incidente, mentre gli accertamenti si muovono contemporaneamente sul fronte della dinamica dello schianto e su quello dell’eventuale tentata rapina.

E c’è un altro elemento che dovrà essere chiarito: dopo la caduta, secondo quanto riportato negli aggiornamenti investigativi, gli altri due occupanti dello scooter si sarebbero allontanati lasciando Antonio a terra. Il 26enne è stato poi soccorso dai passanti e dal personale del 118.

Intanto, mentre gli investigatori cercano risposte, sui social hanno cominciato a moltiplicarsi fotografie, ricordi e messaggi degli amici. E’ il volto di Antonio che torna fuori dalle immagini della notte, quello del pizzaiolo, del ragazzo che aveva lavorato in diverse città, del giovane che aveva raccontato senza filtri il proprio passato e il tentativo di costruirsi un futuro.

La sua storia contiene una contraddizione difficile da ignorare. Da una parte c’è il ragazzo che aveva raccontato di essere riuscito a uscire da un ambiente difficile grazie a un mestiere, arrivando a immaginare una nuova vita anche fuori dall’Italia. Dall’altra c’è l’ultima notte, ancora piena di interrogativi, nella quale Antonio si trovava su quello scooter insieme ad altre due persone e dalla quale non è più tornato.

Ma saranno gli accertamenti a stabilire cosa sia accaduto davvero. Non le ipotesi, non i racconti che si rincorrono nelle ore successive a una tragedia. Restano una strada, uno scooter distrutto, una famiglia che piangono un un padre, un compagno e un figlio e un’inchiesta che deve ancora ricomporre tutti i pezzi.

Antonio aveva raccontato che la pizza gli aveva insegnato a trasformare la rabbia in qualcosa di buono. Aveva parlato del lavoro come di un’ancora, della necessità di non tornare indietro, della voglia di continuare a imparare.

Aveva 26 anni. E la sua storia, adesso, è sospesa tra quello che era riuscito a diventare e quello che gli investigatori dovranno ancora accertare su quella notte.

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