La postura di Jannik Sinner in campo ricorda quella di uno sciatore, un paragone legato al suo passato sulla neve. Questa impostazione, con gambe piegate e baricentro basso, gli conferisce un equilibrio eccezionale e gli permette di colpire con grande velocità. Si tratta di un vantaggio tecnico che gli ha consentito di anticipare il gioco e trasformare i recuperi in contrattacchi, ma che ha sollevato interrogativi sulle possibili conseguenze fisiche a lungo termine.
Il suo passato da sciatore ha affinato una straordinaria capacità di gestire il baricentro, una qualità che sul campo da tennis è diventata un marchio di fabbrica. Sinner si abbassa, spinge con le gambe e genera una potenza esplosiva senza perdere il controllo del movimento, dominando gli scambi da fondo e arrivando sulla palla con impressionante rapidità.
Tuttavia, questo stile ha un prezzo. Le sollecitazioni a cui sono sottoposte le articolazioni, in particolare le ginocchia, sono enormi. Piegamenti continui, frenate e ripartenze impongono un lavoro usurante, aggravato da superfici esigenti come il cemento. Questo non significa che la postura sia la causa certa dei suoi problemi fisici, ma è un fattore rilevante nell’analisi degli infortuni e della loro prevenzione.
Secondo il professor Giovanni Catizone, responsabile dell’area fisico-motoria della Fitp, il tennis moderno spinge gli atleti oltre i limiti fisiologici. “Si colpisce a velocità che mettono a rischio le strutture coinvolte”, ha affermato. Catizone ha però invitato a non trarre conclusioni affrettate su Sinner: “Non conosciamo l’origine precisa del problema. Una predisposizione congenita, per esempio, cambierebbe completamente il quadro”.
La prevenzione resta fondamentale e si basa sulla qualità del lavoro quotidiano. Un carico di allenamento eccessivo rispetto alle capacità dell’atleta può aumentare il rischio di infortuni. “L’allenamento deve essere costruito sulle richieste della partita”, ha concluso Catizone, sottolineando l’importanza di studiare i movimenti del giocatore per calibrare l’intensità. Un lavoro personalizzato, unito allo sviluppo aerobico e a giusti recuperi, è la chiave per ridurre la probabilità di stop forzati.




