CASAPESENNA – La capillarità. La capacità di insinuarsi nei contesti imprenditoriali, di intrecciare rapporti economici e trasformare il denaro in nuovi affari. È uno dei tratti più insidiosi dell’infiltrazione mafiosa nell’economia legale. Un fenomeno che diventa ancora più pericoloso quando incontra imprenditori disposti, secondo le accuse, ad accogliere capitali della criminalità organizzata. È quanto la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ipotizza sia accaduto con Ivano Balestriere, patron della Isvec, società del settore dei rifiuti ritenuta contaminata dall’immissione di risorse economiche riconducibili al clan dei Casalesi, gruppo Zagaria.
Ma il punto sul quale insiste il gip Alessandra Zingales è un altro: cosa accade quando un’impresa finisce sotto sequestro e parte delle sue attività è già confluita in altre società? Per il giudice, il rischio è che il sistema economico oggetto dell’indagine possa continuare a funzionare attraverso aziende formalmente distinte, conservando beni, contratti e capacità di produrre reddito. È questa una delle ragioni alla base della convalida del sequestro di Vittoria Srl, Angel Srl e Marano Ambiente, le tre società che, secondo la Dda, avrebbero raccolto attività e risorse della Isvec. Un provvedimento che riguarda quote societarie, rami d’azienda, conti correnti e beni delle imprese coinvolte, nell’ambito di un’inchiesta su appalti per circa 75 milioni di euro distribuiti tra 14 Comuni della Campania.
L’indagine, condotta dalla guardia di finanza della Compagnia di Ischia, ruota attorno all’ipotesi che capitali di provenienza mafiosa siano stati reimpiegati nell’economia legale attraverso imprese impegnate nella raccolta e nella gestione dei rifiuti. Nella precedente ricostruzione accusatoria, un ruolo centrale viene attribuito ai presunti rapporti tra Balestriere, Alfonso Ottimo e soggetti riconducibili al gruppo Zagaria. In particolare, gli investigatori hanno ipotizzato l’immissione nella Isvec di somme riferibili a Filippo Capaldo, nipote del capoclan Michele Zagaria e già condannato definitivamente per appartenenza al clan.
Questo filone dell’inchiesta riguarda invece la destinazione delle attività della Isvec. Secondo la Procura, attraverso conferimenti, affitti di rami d’azienda e passaggi societari, parte delle risorse economiche e operative sarebbe stata trasferita ad altre imprese, consentendo la prosecuzione degli affari sotto denominazioni differenti. Ed è proprio su questo meccanismo che si concentra il gip. Nell’ordinanza, il giudice osserva che il mutamento della titolarità formale di un’azienda non comporta necessariamente un’interruzione nell’utilizzo economico dei suoi beni. In sostanza, cambiare società non significa automaticamente interrompere la continuità delle attività e dei rapporti economici.
Per il gip, il rischio è che le tre imprese, pur formalmente autonome, continuino a utilizzare beni e risorse della Isvec per produrre reddito, acquisire appalti e trasferire ulteriormente attività economiche. Il precedente sequestro della società originaria, dunque, non sarebbe sufficiente a impedire la prosecuzione del presunto sistema illecito. Da qui la decisione di sequestrare gli interi complessi aziendali, sottraendoli alla disponibilità dei soggetti rispetto ai quali viene prospettato il rischio di un ulteriore impiego nel meccanismo contestato. La gestione è stata affidata all’amministratore giudiziario Valerio Di Stasio, con l’obiettivo di preservare il patrimonio delle imprese e consentire, dove possibile, la prosecuzione delle attività lecite.
Sono otto gli indagati nel procedimento: Ivano Balestriere, Giovanni Marra, Elena Piombino, Giordano e Raffaele Balestriere, Gennaro e Anna Staiano e Giuseppe Izzo. Le ipotesi di reato riguardano, a vario titolo, il reimpiego di risorse di presunta provenienza illecita e l’intestazione fittizia di beni, con l’aggravante della finalità di agevolare il clan dei Casalesi. Al centro degli accertamenti figurano il conferimento di 90mila euro effettuato dalla Isvec nella Vittoria, l’affitto alla Angel di un ramo d’azienda valutato circa 5,4 milioni di euro e i rapporti tra la Isvec e Marano Ambiente, impegnata nella gestione del servizio rifiuti del Comune di Marano di Napoli.
Per il gip, il pericolo è che queste strutture imprenditoriali possano continuare a produrre reddito, acquisire commesse e trasferire risorse economiche, mantenendo operativo il presunto sistema illecito nonostante il sequestro della Isvec. Da qui la necessità di estendere il vincolo alle altre tre società. Le accuse restano da accertare e per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza.


















