Addio a Beccalossi, genio ribelle e artista dell’Inter

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Cronache sport calcio
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Il mondo del calcio ha salutato Evaristo Beccalossi, fantasista e simbolo dell’Inter a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Scomparso all’età di 68 anni, ha lasciato un’eredità fatta non solo di vittorie, ma soprattutto di uno stile di gioco e di una personalità che hanno segnato un’epoca, conquistando l’affetto trasversale di tifosi, giornalisti e avversari.

Il suo arrivo a San Siro, nell’estate del 1978, è stato folgorante. Con la sua classe e il suo sinistro imprevedibile, si è imposto subito come il leader tecnico della squadra. L’apice della sua carriera in nerazzurro è arrivato con la conquista dello scudetto nella stagione 1979-1980, un trionfo in cui è stato protagonista assoluto insieme al suo compagno di reparto e amico fraterno Alessandro “Spillo” Altobelli.

Beccalossi è stato definito un “dio imperfetto”. Il suo talento purissimo conviveva con un carattere anticonformista: le sigarette fumate di nascosto, la poca propensione ai duri allenamenti imposti dal “Sergente di ferro” Eugenio Bersellini e un’insofferenza generale per le regole. Un atteggiamento che, anziché allontanarlo dal pubblico, lo ha reso un’icona popolare, un campione vicino alla gente.

La sua arte in campo è stata celebrata da grandi nomi del giornalismo e del calcio. Gianni Brera ha coniato per lui il soprannome “Driblossi”, per la sua abilità nel dribbling, mentre il giornalista Beppe Viola lo ha reso immortale con la frase: “Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto”. Persino avversari come Michel Platini si sono chiesti pubblicamente come un talento simile potesse non trovare spazio nella Nazionale di Enzo Bearzot, una delle grandi assenze della sua carriera.

Il suo valore tecnico è stato paragonato a quello dei più grandi, con accostamenti a figure come Omar Sivori per la capacità di inventare calcio dal nulla. Nonostante un palmarès che molti ritengono inferiore al suo enorme potenziale, il suo impatto è stato paragonato a quello di Gilles Villeneuve in Formula 1: più che le vittorie, di lui si ricorda la poesia del gesto tecnico e l’emozione che sapeva trasmettere.

Anche fuori dal campo, i legami umani sono stati fondamentali. L’amicizia con Altobelli è rimasta salda per tutta la vita, così come quella con il compagno di mille battaglie Nazareno Canuti. La recente scomparsa di quest’ultimo ha segnato profondamente Beccalossi, che lo ha seguito poco dopo, non prima di aver avuto la gioia di celebrare la vittoria del ventesimo scudetto della sua Inter. Un ultimo regalo per un campione che ha fatto del calcio un’arte indimenticabile.

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