Cesc Fàbregas, allenatore del Como neopromosso in Serie A, ha espresso un’analisi critica sullo stile di gioco del campionato italiano. In una recente intervista concessa alla testata internazionale ‘The Athletic’, il tecnico spagnolo ha messo a confronto la Serie A con altre leghe europee di vertice, evidenziandone le differenze tattiche.
Secondo Fàbregas, vincere in Italia risulta particolarmente complesso a causa di un approccio prevalentemente conservativo. “Ci sono molti 0-0 e 1-0”, ha dichiarato, sottolineando come le squadre cerchino principalmente di neutralizzare l’avversario attraverso la fase difensiva e il pressing, piuttosto che tramite la costruzione di un gioco offensivo.
L’ex centrocampista ha ampliato la sua analisi, basandosi sulla sua abitudine di studiare a fondo il calcio internazionale. “Guardo la Bundesliga, la Liga e la Premier League. Le squadre si difendono in modo molto, molto diverso rispetto a come fanno in Italia”, ha spiegato. A suo avviso, nei campionati esteri è possibile riconoscere una struttura e uno stile di gioco definiti.
Al contrario, l’approccio tattico in Italia gli è parso spesso di difficile interpretazione. “Quando guardi le squadre di Premier, vedi una struttura. Vedi cosa cercano di fare e lo stile che vogliono imporre. Qui, molte volte, è impossibile capire cosa sta succedendo”, ha affermato Fàbregas, rimarcando l’importanza di curare ogni singolo dettaglio per avere successo.
L’intervista ha toccato anche la sua filosofia di gestione dei giocatori, con un focus particolare sui giovani. Fàbregas ha rivendicato la sua fiducia nei talenti emergenti, un approccio che ritiene fondamentale per ottenere il massimo dal potenziale di un atleta. Ha criticato indirettamente i club che ingaggiano calciatori basandosi solo sui dati, senza un confronto diretto tra l’allenatore e il giocatore stesso.
“Quello che non capisco è che a volte i club ingaggiano giocatori senza parlare con l’allenatore”, ha proseguito. Per il tecnico, è l’allenatore che deve farli giocare e migliorare, e questo processo non può prescindere da una conoscenza profonda della persona, oltre che del calciatore.
A supporto della sua tesi, ha menzionato il lavoro del suo assistente, Dani Guindos, che ha allenato giovani come Jacobo Ramon e Nico Paz ai tempi delle giovanili del Real Madrid. Questa conoscenza pregressa delle loro personalità è stata un fattore chiave. “La prima cosa che guardiamo è la persona. Nel mio primo incontro con un giocatore non parlo di calcio, ma della sua vita personale”, ha concluso, spiegando come la cultura del club e i rapporti umani vengano prima degli aspetti puramente tecnici.





